U PANARU

 

 

a cura di Ghislain Mayaud

 

Salvatore Anelli, Caterina Arcuri, Angela Barbera, Renata Boero, Dario Carmentano, Lucilla Catania, Bruno Ceccobelli, Giulio De Mitri, Teo De Palma, M. Elena Diaco Mayer, Franco Flaccavento, Giovanni Leto, Oronzo Liuzzi, Ruggero Maggi, Alfredo Maiorino, Albano Morandi, Max Marra, Gianfranco Neri, Antonio Noia, Tarcisio Pingitore, Cloti Ricciardi, Emiliano Sacco, Giuseppe Salvatori, Leonardo Santoli, Gianfranco Sergio, Vincenzo Trapasso, Fiorenzo Zaffina.

 

opere esposte in mostra

 

 

Ghislain Mayaud

Trasportata sotto il braccio del linguaggio, duramente urtata dalle smisurate scosse nel viaggio, dalla cugina Francia la parola panier (dal latino panarium) ritorna nelle terre della Calabria come panaru. Da Lamezia Terme a Cosenza sfiorando la nevicata Sila Grande, dopo Epifanico (2007), Nevica nella Dimora (2008), Lettera a Babbo Natale (2009) e Stella Cometa (2011), U Panaru ciba questo fortunato ciclo natalizio basato sul cantato dialogo tra favola e generosità. L’epopea del dono dei tre Re Magi, carichi di abbondanti cesti sui cammelli, ha raggiunto un altro traguardo: quella notte, l’unica stella sopra Betlemme fece da pastore a Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. Lo Studio dei mezzi di comunicazione con i pianeti elaborato dal poeta e scienziato Charles Gros, pubblicato per la prima volta nella rivista Cosmos nel 1869 solidifica ulteriormente il taglio visionario dell’infinita conversazione con il mistero e l’universo. Inaspettatamente sulle festività, piomba un Meteorite di poesia. Silenziose, tre argentate onde d’urto accerchiano il cesto di ORONZO LIUZZI. Fuggito dalla scia luminosa di una stella cometa, evaso dalla melma utopica che lega il cielo alla terra, un cuore magmatico stila brandelli di versi sparsi dentro fogli metallici insanguinati. Con questo lavoro voluto dai colloquianti pianeti, la vigilia di Natale lascia come segnale l’atto poetico annunciato da Gros. Poco distante, su lunghi e stretti sentieri polverosi, su sagome di case che la memoria ancora afferra, argento e oro dipingono. Un borgo addormentato che il tempo ha pazientemente smontato, sopra il cesto osa resistere. La materia lenta dei muri fissa un’ombra sulla copertina del libro cancellandone il titolo. Il sapere va oltre il tempo e le cose di SALVATORE ANELLI veglia lo spettatore. Il villaggio non muore dopo la morte, l’ancora rossa e verde del sapere soffia un nastro annodato al passaggio dei rigidi vicoli. L’acrilico su tela di LEONARDO SANTOLI U panaru che cala, disegna l’equilibrio dei pesi tra terra e cosmo. Tirato fuori dal borgo, aiutato dalla rosa dei venti, il panier separa con una spietata verticale gli elementi. L’ultimo sforzo della serata cala sul quadro: la corda attorcigliata nelle mani misura l’altezza del balcone dove sporge la signora con lo chignon. È severamente proibito dipingere durante le feste. Vestito di giallo, grigio e verde, il pennello di BRUNO CECCOBELLI né è consapevole e lo vediamo già arrampicato sul piatto. Goloso, Mangia il colore non aspetta la mezzanotte e divora prima del tempo la sua parte celeste con qualche mollica di nuvole per placare l’irrequietezza del fanciullo. Appeso all’imbiancato arcobaleno del mondo un Uovo cosmico entra in scena sul cesto. Autentico laboratorio alchemico, FRANCO FLACCAVENTO investe la scena esoterica. Un dito teso verso l’alto sfiora la simbolica panciauovo circondata da uno scritto che formalizza il titolo dell’opera. Una lucida scommessa con l’eternità nel palmo della mano orchestra il dono intimamente legato alla genesi. Le lancette del vecchio orologio hanno fretta, si è fatto tardi per l’appuntamento e GIANFRANCO SERGIO con AeriForme affretta i tempi. Vicini all’albero, vestiti con tuta mimetica, quattro prototipi pronti per il decollo in verticale puntano l’infinito. Sono giocattoli destinati alla gioia dei bambini. Verde, il panaru trattiene come piante gli inoffensivi aeri. Con GIULIO DE MITRI, Identità Mediterrane, decide l’immagine della matrice femminile. Ancorato tra fissati scogli, il blu del mare annaffia numerose e fertili sillabe dei fondali: conchiglie, stelle marine... Scappato da La nascita di Venere di Botticelli, un ventaglio a forma di capasanta fiata sotto l’acqua. Contrassegni dei pellegrini che tornavano da Santiago de Compostela, le capesante incarnano la discesa dell’anima nella materia fluida del mare. Bussano alla porta dello studio di ANTONIO PUJIA VENEZIANO. Acqua azzurra Acqua chiara è pronto per lo spazio espositivo, ma durante il tragitto, schegge di lampi e brandelli di notte invadono il cesto. Vetri scoppiati dagli urli geometrizzano il lavoro dipinto dalla fredda pioggia azzurra. Prigionieri e paralleli, due cerchi di luce spengono l’ombra; pericolosamente inclinato, il paniere arriva a destinazione. Un’imprevista tempesta di neve invade la presenza di TARCISIO PINGITORE Lenzuolo in paniere copre il letto della culla in vimini. Pronta ad assorbire il dono della vita, la bianca sindone protegge in anticipo, trentatré anni prima, il sacro teatro del dramma. In volo da Roma a Reggio Calabria, il Gioco del mondo di GIANFRANCO NERI, appoggiato sul tetto di una furtiva tana nascosta nella vallata di vimini offre, come desiderio-piacere-amore sei sfere (regali preziosi delle figlie), doni provenienti da paesi europei. La nuda cesta, avvolta di bianco in casa Mayaud, lascia sulla parete della galleria l’assalto poetico di Natina Pizzi: “Panaru sei ventre / di sementa vitale / sparsa sulla terra / panaru del tempo / di bimbo felice…”. Nella calda capanna agitato da gesti tempestosi riposa un rullo della poesia. Uno specchio di sabbia del deserto, dove un coraggioso dito ha tracciato la parola greca Kairos (il titolo del lavoro), è portato in miraggio da CATERINA ARCURI. L’istante giusto dello scorrere della sabbia, Tempo di Dio, conta l’attesa dell’evento genetliaco che cambierà la storia. Imbiancato, il panarium paralizza l’arena. La corrida del tempo come sublime dono, investe invisibili tensioni che pungono le lettere distribuite sul cerchio. Formulato in anticipo Noi siamo qui di CLOTI RICCIARDI sorvola Roma dall’alto delle rondini. Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi! scriveva nelle Elegie Romane J.W. Goethe. Il genio tedesco sapeva che, assente di monumenti, la città scrive senza inchiostro. Il luogo dove si trova lo studio indicato su una pianta per portare u panaru a Vertigoarte, apre all’omaggio espositivo. Ha un cesto di rugiada / Il ciarlatano del cielo – da Imbonimento - G. Ungaretti non scherzava, aveva previsto Corpi fragili di ALFREDO MAIORINO. Dalla totalità del Creato o dal corteggiamento delle stelle, cadono sul cesto polare fragili rose addormentate. Nel lungo viaggio natalizio spinto da opposti venti (nord, sud est e ovest) la brina zuccherata ha fatto neve su questi corpi sfiniti. Mute, le quattro forme incrociate mimano i delicati fiori fermi sul cuscino ingessato. In Nido del dono, VINCENZO TRAPASSO divide le tensioni della terra dal verso sei stato tomba e vuoi incoronarti da nido, in Nido di usignolo di Garcìa Lorca. Priva di testa, una preziosa corona in oro occupa come rifugio definitivo il silenzioso luogo dell’estinto. Tutto inizia dalla morte e tutto corre per invadere l’eternità. L’artista lo sa. Vicinissimo al cesto dipinto di notte, colmo di vissuto da tramandare, aggrappato al muro, il materico e chiaro nido-zolla aspetta la mezzanotte. La storica ruota incastrata nel massiccio portone della sperata chiesa non fugge al lacerante dono-abban-dono. Sospesi e feriti destini sollevano nel cielo una coperta nevicata per avvolgere e proteggere i Figli della Cannella lodati da ANGELA BARBERA. Rivisitata con il filo protettore, la lana pura resuscita l’iconografia del panier miracoloso. Immortalata tra pietre e rulli di cannella, la speranza scrive su un biglietto Che da un letto di pietre ferite i figli della cannella ritrovino la loro casa. Menta crespa, di crespa foglia, / dinanzi a casa, sulla soglia…. Nella poesia In tre, in quattro Paul Celan respira la lettura del lavoro Foglie rosse di LUCILLA CATANIA depositato sulla soglia del giorno. Il cesto è vuoto. Ancora prigioniere negli intrecci di vimini, affamate e agitate lingue di terra cotta, figlie della notte, nascondono l’inverno. Si combatte per un’altra dimora viaggiando in piena luce sulle foglie piegate. Come in Scatole in valigia di Marcel Duchamp, un plein créatif domina e colma l’impaziente visitatore mentre osserva la candida e trasparente valigia di FIORENZO ZAFFINA. Una caduta precipitosa provocata da maldestri astri deflagra e smembra PanaruTeca per trasformarlo in soggettive letture. Incastrato tra i pungiglioni in vimini, un morbido tramonto disegna e colora le linee orizzontali per l’atteso appuntamento. Bolliti, coperti d’inchiostri vari, traditi, aperti, frantumati e divorati da gesti sopranaturali durante uno spietato percorso, le uova di RUGGERO MAGGI in Chi mi ha rotto le uova nel paniere? cedono al silenzio ogni forma di risposta. Di uno scuro e glaciale grigio argentato, la cesta trattiene i resti della sorprendente omelette cosmica. Una verde palla di muschio presa in prestito dall’inventore del presepio, San Francesco, imbocca l’infaticabile sonno della lumaca campestre. Immobile, l’intero corpo della conchiglia occupa lo stretto sentiero. Caldamente vestito da paglietta blu notte, Il viaggio lento della lumaca elaborato da MAX MARRA affronta l’inverno per arrivare puntuale nel tiepido abbraccio dell’albero. Sopra il cortile della casa milanese, pende il gesto pieno di RENATA BOERO. Indispensabili per le feste, il legno sparso nel classico panaru, Da Milano a Cosenza rileggiamo le vecchie tradizioni incornicia l’emblematico colore rosso del gomitolo di lana sulla proverbiale paglia protettrice. La carenza di ascensore nel palazzo salva le antiche memorie spietatamente uccise dalle dirompenti rivoluzioni industriali. Pane al pane, vino al vino, pane a panaru. Colpito dal bianco uncinetto, Panebianco di GIUSEPPE SALVATORI protegge l’allegorico contenuto per spalancare la porta della fame. Il pane è il sangue della vita, il verbo di Arthur Rimbaud nella folgorante poesia Gli attonati. Chi ha veramente fame, fantastica un pezzo di pane sotto l’albero. Così, nel ciclo delle feste invernali, l’autore assottiglia lo spessore dell’estenuante dolore. Un’irruente valanga depone sulla Maschera di ALBANO MORANDI il colore perfetto. La gelida farina del mimo copre naso, occhi e bocca aperta dall’indispensabile respiro. Il readymade grammaticale colpisce le architettoniche forme del viso incastrato nella spirale di vimini. In compagnia d’invisibili giocatori di scacchi, si aspetta l’ultima mossa: l’ora vuota prima di mezzanotte. Il primo cesto è stato creato da una donna, ha modellato con cura una grande pancia di fango con semplice dignità posandola sulla superficie desolata dell’eterno. Con la delicatezza di una piuma MARIA ELENA DIACO MAYER in Panaro-guscio-nido accarezza la pancia imbiancata dell’immortalità. Nel panaru, nel guscio e nel nido asciugano identiche forme protettrici collegate alla prodigiosa maternità. In alto sulla cima degli abissi, La favola del pane di DARIO CARMENTANO rimpicciolisce le speranze del nudo paniere. Il pane non c’è più, è scomparso dalla verticale torre dei linguaggi (Babele), tronco di uno smisurato cielo. L’irrespirabile solitudine della miniaturizzata favola sprofonda nell’imperdonabile silenzio metafisico. Tace l’ombra, tace l’asse della terra, tacciono i vuoti. Coloratissimi rulli delle edizioni Forcone libri Balla librano sul Paniere di Balle… sdoganamento delle bugie concepito da ANTONIO NOIA. Disfare sillaba dopo sillaba le notizie, bloccare prima con il rosso sangue poi con il colore giallo un lento ma irrevocabile smembramento del cesto, spostare il senso della parola balla con balle, modellano l’istante del magico dono nella certezza che tutto deve accadere emblematicamente entro le ventiquattro scoccate. Il paniere di GIOVANNI LETO si è trasformato in una rumorosa tana teatrale. Intrecci di notizie su carta aprono una triangolare porta dove riposa l’udito nero delle assillanti memorie. Dalle chiare pareti alla scura soglia, dal sentimento del reale al sentimento del divino, forse si eclissa come rituale dono il cesto divino del Caravaggio. È il capolavoro Bacco adolescente o l’indimenticabile Castello di frutta. Una grande busta nera per l’immondizia artistica o per remote schegge d’intonaco recuperati da TEO DE PALMA tenta di salvare la nostra cultura. Dannunziani Frammenti di memoria: Arte, o tremenda!, ancòra / tu non ti sei svelata. / Noi t’adorammo in vano, si arrischiano nel ricomporre la gestualità pittorica del passato. Il fantastico trasloco si svolge tramite l’unico mezzo a nostra disposizione: la memoria. E le memorie sono lì, legate al filo del tenace e sottile ricordo. Il fabbisogno del cesto Continens principii di EMILIANO SACCO sparge frumenti per sfamare e lodare la femminile neve. Attraverso il chicco di grano gli epopti onoravano Demetra, la dea della fecondità e l’iniziatrice ai misteri della vita. È con il grano che si supera l’inverno. È dalla neve che sorgerà la primavera. Quest’evento espositivo è un autentico dono di Natale dove una trentina di visionari magi hanno condotto dallo studio in galleria, U PANARU leggendario, confermando con il loro generoso gesto che il racconto natalizio, con tutti i suoi incantesimi, a renderlo vero sono i poeti e gli artisti.