tornare@itaca

    

Tornare@Itaca - arte per la legalità

 

Museo Civico dei Brettii e degli Enotri

Complesso Monumentale S. Agostino, Cosenza

 

Salvatore Anelli, Caterina Arcuri, Antonio Baglivo, Cesare Berlingeri, Maria Amalia Cangiano, Dario Carmentano, Lucilla Catania, Luce Delhove, Mariangela De Maria, Giulio De Mitri, Teo De Palma, Marcello Diotallevi, Mavi Ferrando, Franco Flaccavento, Rosanna Forino, Francesco Guerrieri, Anna Lambardi, Felice Levini, Ruggero Maggi, Lucio Perna, Lucia Pescador, Antonio Pugliese, Antonio Pujia Veneziano, Fiorella Rizzo, Martina Roberts, Mirella Saluzzo, Giuseppe Salvatori, Giulio Telarico, Armanda Verdirame,  Antonio Violetta.

 

dal 14 novembre 2009 al 10 febbraio 2010

inaugurazione sabato 14 novembre 2009 ore 18.00

a cura di  Mimma Pasqua e Franco Gordano

L’ARTE E LA MEMORIA DEI LUOGHI

Mimma Pasqua

Tornare@Itaca nasce tre anni fa, durante uno dei miei periodici ritorni a Grimaldi, dove sono nata, e si trasforma strada facendo in un ampio progetto che coinvolge artisti, poeti, scrittori e musicisti.La rassegna parte da Grimaldi, dove si è svolta nella passata estate l’anteprima di artisti meridionali, fa tappa a Cosenza al Museo dei Brettii e degli Enotri e approda a Milano allo Spazio Tadini, seguendo idealmente il percorso degli emigranti. Vuole essere un invito ad una progettualità costruttiva e si avvale della collaborazione di Vertigo Arte.La Calabria, che sembra avere dimenticato il suo passato, ha bisogno di recuperare le sue radici per progettare il futuro.Questa Regione, terra di difficoltà passate e presenti, è e vuole essere anche terra di cultura, che per questo ha esportato ed esporta non solo negatività e paura.Ritengo che attraverso le opere degli artisti presenti si abbia la possibilità di entrare visivamente ed emozionalmente nell’anima di donne e uomini di Calabria, dovunque il destino li abbia portati a vivere. Itaca vuole essere il luogo del ritorno e delle emozioni, oltre che luogo del riscatto e del riconoscimento sociale.Il progetto del 2009 Arte per la legalità prevede una riflessione sulla Calabria del futuro, consapevoli che non può esserci futuro senza legalità. Per questa ragione gli artisti “dialogheranno” soprattutto con i giovani calabresi. Da qui il coinvolgimento dei giovani della Cooperativa Libera, fondata da Don Ciotti, che opera nella Valle del Marro e che a partire dallo slogan Cambiare per restare  - Restare per cambiare così si presentano: “Siamo giovani di questa Regione e siamo orgogliosi di essere calabresi. Viviamo in una terra meravigliosa, che racchiude al suo interno risorse profonde……Allo stesso tempo siamo coscienti che la Calabria, purtroppo, è terra di mafia, sopraffatta da una velata rassegnazione che talvolta diviene indifferenza…. Siamo convinti che solo la forza della collettività può condurre a quel  cambiamento che la nostra terra aspetta”.A questi giovani, che lavorano sui terreni confiscati alla mafia, sarà devoluto il ricavato della vendita delle opere che avrà luogo a Milano, allo Spazio Tadini alla fine del percorso.

Lucio Perna, seguace della geografia emozionale, nelle sue visioni stilizzate geometrizza ricordi legati ai viaggi nel Sahara e lo fa incidendo la carta, che col suo spessore si presta a dare corpo a superfici in emergenza. Le dune, che nella fase organica conservavano increspature e irregolarità, si sono depurate delle accidentalità e la loro immagine vira verso esiti di pura astrazione.La diversa personalità degli artisti, che hanno lavorato sul tema del viaggio e della legalità, ha concorso a determinare una varietà armonica di voci.

Maria Angela De Maria ha legato la sua ricerca ad elementi della natura, quali la montagna, che riportano ad una concezione neoromantica della visione impregnata di inquietudine e di mistero.Lo sfaldarsi dell’immagine già avvertibile sin dall’inizio del suo percorso si è poi accentuato fino agli esiti informali recenti. Il colore liquido si rapprende in punti di luce rossi nel grigio pastello rarefatto. Tracce di organico sentore in cui la presenza del corpo e dei suoi umori è allusa con discrezione.

In Maria Amalia Cangiano, invece, è l’elemento ludico a prevalere, contagiando i tondi che sembra prediligere nella fase attuale, disseminandovi figure miniaturizzate che insieme descrivono i mandala della vita. Il risultato è un misto di sacro e profano, che nasce dal contrasto tra i fondi oro e le figure che rappresentano aspetti quotidiani del nostro tempo senza tralasciare, anche se in modo scherzoso,tematiche sociali quali la mafia, come nell’opera presentata. Il tutto in un girotondo mandalico e spiraliforme che fa riflettere sorridendo e ammicando verso un’arte neo-pop.

Luce Delhove, in una ricerca che affonda le sue radici nell’attitudine tutta femminile della tessitura, costruisce cotte protettive del corpo usando materiali fragili come la cellulosa, che in un impasto particolare acquista la forza e la durezza necessarie allo scopo. L’immagine che ne deriva è simile ad indumenti che si sono modellati e solidificati come spoglie di crisalidi e che rimandano ad un passato arcaico e ad un medioevo rivissuto e attualizzato.

Marcello Diotallevi – Ci sono negli artisti elementi del linguaggio sempre presenti, che marchiano l’opera rendendola riconoscibile. In Diotallevi la valenza concettuale della ricerca è data dalla presenza simbolica, quasi totemica, delle lettere dell’alfabeto. Pezzi di un mosaico che sembrano essere stati disgregati e mescolati volutamente in maniera caotica perché possano combinarsi all’infinito in un unicum sempre diverso. La decostruzione all’atto del processo creativo che è processo di riparazione. L’alfabeto come mezzo di comunicazione a simboleggiare la funzione comunicativa per immagini propria dell’arte. Il valore estetico, graficamente determinato e affascinante nelle sue evocazioni sonore, è ciò che l’artista evidenzia nell’uso delle lettere dell’alfabeto, al di là del loro significato strumentale.

Mavi Ferrando. E’ da tempo che alcuni moduli della scultura sono caduti, tra questi la tridimensionalità. Consagra esalta la dimensione bidimensionale dell’impronta positiva/negativa, Mavi Ferrando ne fa una costante del suo lavoro. Le sue sculture lignee sono sagome piatte, variazioni sul tema della figura in movimento. Sagome nervose di amazzoni cui la configurazione ondulata e serpeggiante conferisce dinamismo. Quello che l’artista presenta, ispirandosi al tema dell’arte per la legalità, contro la mafia, è: “un lavoro allegorico sulla mafia dove la luce è contrapposta al buio e un’esistenza  positiva e gioiosa è contrapposta a un’esistenza disperata che precipita nel baratro”. Queste le parole di Mavi Ferrando.Una situazione precaria e al limite in cui basta un gesto, un atto perché la posizione si ribalti e si passi da una strada buia ad una illuminata e viceversa. L’artista usa opportunamente il bianco e nero nel supporto delle figure come contrapposizione bene/male e l’assenza del colore fa emergere la struttura segnica prevalente nei suoi lavori.

Rosanna Forino – Il lavoro degli artisti non si presta ad essere racchiuso in schemi così quello di Rosanna Forino, dove la presenza di elementi figurali geometrici non basta di per sé a parlare di astrattismo geometrico tout court.Sempre notazioni personali intervengono a dare personalità distintiva alle opere. In Rosanna Forino ci sono elementi che mantengono le loro pertinenze di realtà e spesso conferiscono la leggerezza aerea di vele mosse dal vento a composizioni in cui la luce e l’aria circolano attenuando l’intensità dei colori. Come in una composizione musicale note dal colore più acceso agiscono da contrappunto a movimentare il ritmo e a determinare nuovi e inaspettati punti di fuga.Le composizioni denotano un raggiunto equilibrio formale che si esalta nei grandi formati e una sapienza costruttiva che affonda in un passato fatto di sperimentazioni meditate e calibrate.

Anna Lambardi – La ricerca di Anna Lambardi, in cui l’impronta del segno è particolarmente evidente, deriva dall’esperienza grafica dell’artista.La linea è elemento decisivo nella composizione che rifugge dal colore per affidarsi unicamente alla modulazione dei neri che si trasmutano nei grigi e si annullano nei bianchi.Luce e ombra, come l’alternarsi del giorno e della notte, si alleano conferendo al suo lavoro  un carattere di sospensione, al di là del reale. In un mondo altro dove tutto è immoto anche il movimento ondoso del mare appare cristallizzato. Un fascino misterioso emana da questa opera, accentuato dalla presenza enigmatica di scritture ignote e in apparenza prive di significato che la corredano e di indubbia derivazione dalla poesia visiva, quasi che l’artista in questo viaggio per mare volesse assumere a compagni solo coloro che ne condividono il mistero.

Lucia Pescador è artista poliedrica e viaggiatrice instancabile. Non è un caso che la sua composizione sia costituita da foto scattate dal finestrino di un pullman in corsa, in un viaggio di ritorno dalla Calabria a Milano. Spesso le installazioni dell’artista, che ama le messe in scena, sono immaginari set di ricordi di viaggio. Gli oggetti, che si rivestono di valenze affettive, rimandano ad atmosfere impregnate di colori e sapori mediterranei. La pittura vascolare, da cui derivano le sagome delle sue anfore, estremamente stilizzate e ridotte a pure forme, testimonia la sua preferenza per i paesi a Sud del mondo di cui coglie gli aspetti peculiari in una ordinata elencazione espositiva da bazar mediorientale.Il materiale di riciclo, fogli quadrettati riusati su cui  lavora, denota la preferenza per la semplicità di mezzi e fa pensare ad un nomadismo di tempi e di luoghi.

Mirella Saluzzo  è artista rigorosa. L’alluminio che usa per il suo lavoro non permette infatti sbavature e imprecisioni. Più che di modellare e dare forma allora si può parlare di un rapporto oppositivo con la materia fatto di tagli, incisioni e bulino su superfici che si lasciano scalfire solo con tocchi rapidi e decisi. Le forme complesse, pur nella loro essenzialità strutturale, segno di una notevole capacità costruttiva, si appropriano dello spazio in forme ascensionali e a volte lo inglobano e lo racchiudono in immaginifiche strutture a gabbia. L’artista, che nella scorsa edizione di Tornare@Itaca simulava il passare del tempo attraverso i diversi livelli della marea, si esprime qui attraverso superfici piatte di piastre di alluminio su fondo blu recanti segni di un grafismo incisivo e delicato di una presenza passeggera, testimone del tempo.

Ruggero Maggi. Non si può dire che Ruggero Maggi abbia lasciato niente di intentato nel suo percorso. La sua sperimentazione d’ogni possibilità tecnologica dei materiali spazia dal laser, all’olografia, al neon, al video. Ma la ricchezza del suo linguaggio è data dalla commistione di elementi tecnologici con materiali primari quali rocce, canapa, sabbia, terra.Anche la poesia visiva e la mail art lo hanno visto attore di numerosi eventi performativi. L’artista, infatti, predilige le installazioni site specific come mezzo espressivo.Il video da lui presentato racchiude il significato della città come organismo in cui le linee metropolitane sono le arterie di un corpo e la circolazione che in esse avviene ne testimonia la vitalità. La vita della metropoli resa trasparente e messa a nudo nei suoi percorsi sotterranei che richiamano alla mente quelli delle formiche. Sempre le tematiche sociali sono state alla base del lavoro di Ruggero Maggi a dimostrazione, come nel recente “Ecce Ovo”, installazione a carattere poetico/ironico sulle conseguenze del riscaldamento globale, di una ricerca calata nella realtà su cui egli interviene per contribuire alla presa di coscienza dei problemi del nostro tempo.

Armanda Verdirame. Si può affermare senza ombra di dubbio che il tema della ricerca di Armanda Verdirame è la fecondità. Questo è il senso della presenza dei semi nelle sue sculture di terracotta, simbolo della potenza generatrice della natura. La terra come madre. La terra da cui proviene l’argilla che l’artista usa per creare le sue forme. In passato sono stati scudi protettivi, concrezioni calcaree di stalattiti e stalagmiti ad esprimere la necessità dell’altro e della sua presenza come motivo fondante dell’esistere. In questa terza edizione di Tornare@Itaca Armanda Verdirame chiama a testimonianza il passato, l’archeologia come scoperta delle proprie radici.Non è un caso che queste forme piatte rappresentino la pianta di un sito archeologico calabrese visitato dall’artista e che offre in omaggio alla terra che la ospita.

esposizione nei saloni del Museo

 

 

 

presentazione e inaugurazione della mostra presso i locali del Museo dei Bretti e degli Enotri

 

La ferita del cinghiale 

Franco Gordano 

Nel libro XIX dell’Odissea, la vecchia nutrice Euriclea riconosce Odisseo da una cicatrice sopra il ginocchio, ferita adolescenziale infertagli dal bianco dente d’un enorme cinghiale, durante una battuta di caccia sul Parnaso. Dunque, un’iniziatica ferita rende riconoscibile l’eroe tra le mura della propria casa, dove s’è recato ancora in veste di mendico. Una ferita come quella, questa volta non fisica ma morale, interiore, che si apre inesorabile in chi è costretto a lasciare, forse per sempre, la propria terra, e che resta in eterno nell’animo come suprema ingiustizia, col ruminante desiderio di tornare un giorno a casa. Perché lo strazio della lontananza subita, o comunque necessitata (come fu per lo stesso eroe omerico, che partì malvolentieri alla volta di Troia), è non solo quello del distacco dalla propria donna, dalla prole, dagli affetti più generalmente familiari, ma anche e soprattutto quello dalla propria terra, anche se essa non è la più bella delle terre, come afferma Telemaco nel IV libro del citato poema: ”Non vi sono a Itaca, prati né ampie strade: è terra di  capre, eppure è più amata di una terra che alleva cavalli”. Sommamente triste e arduo è non poter più risiedere, giorno dopo giorno, nel luogo dove si è nati, si è cresciuti, dove sono sorte le prime forse più sincere amicizie, dove s’è svolta la primavera della propria esistenza, si sono vissuti i primi amori, fatte le prime scoperte del mondo circostante, non  poter assaporare più i colori, gli odori, i sapori, i suoni tanto familiari, non poter vivere il sentimento dei luoghi, il senso appagante di appartenenza, l’afflato ultimo d’essere figlio di una e una sola realtà, che fu anche degli avi, della quale si conosce o si crede di conoscere tutto, di essere impedito a partecipare al suo svolgersi, al suo sviluppo, insomma alla sua vita, che in effetti è stata brutalmente strappata e violentata, fino a diventare estranea. Odisseo, che non dimentichiamolo, dopo la caduta di Troia, ha vagato dieci anni non per scelta, ma per l’avversione del dio Poseidone, al quale ha accecato il figlio Polifemo, solo in virtù della prospettiva di un ritorno, unico ineliminabile proponimento, ha tenuto salda la rotta, affrontando terribili prove e rinunciando a nuovi fortunati matrimoni e persino all’immortalità (“…vado sempre errando con l’angoscia nel cuore dal giorno in cui ho seguito il divino Agamennone a Ilio…”, dice alla madre nell’oltretomba, libro XI). Con quel ritorno egli pone fine alla violenza su di sé, al macerante straniamento, ma anche a quella che si sta, da tempo, consumando tra le mura della sua magione (tanto definitiva per lui da radicarvi per terra il letto nuziale in un ulivo), in danno di questa, dell’amata consorte e del figliuolo, che lasciò ancora nella culla, a opera di Pretendenti intriganti, protervi e arroganti che lì bivaccano e che aspirano a portargli via tutto, pure la fedele moglie, ripristinando l’ordine e la legalità violati, anche grazie a quanti in patria mai lo hanno dimenticato o tradito.

Tornare agli affetti, quindi, alle radici, alla terra, alla patria (“Nulla vi è di più dolce della patria, dei genitori, anche per colui che vive in una casa ricchissima, in terra straniera, lontano dai suoi”, afferma l’itacese nel IX libro, dialogando con Alcinoo, re dei Feaci), e lottare per eliminare ingiustizie, soprusi, violenze, illegalità, sono quest’anno (oltre ovviamente al ricorrente e scontato tema del viaggio, con le sue avventure e le sue scoperte, le nuove conoscenze), le coordinate della terza edizione di “Tornare @ Itaca”, che non a caso porta come sottotitolo “Arte per la legalità”. Dove l’Arte, evidentemente, può avere soltanto la funzione di scuotere le coscienze, di portare alla ribalta situazioni poco note, di rompere l’isolamento, di far vedere ciò che spesso non si vede o non si vuol vedere, di esprimere infine solidarietà umana (e possibilmente anche economica) in favore di coraggiose realtà alternative che quotidianamente lottano tra ostacoli, difficoltà, indifferenza o addirittura ostracismi d’ogni tipo.

I numerosi artisti che hanno aderito all’iniziativa, a riprova di una vasta condivisione del progetto, ci pare abbiano ben operato nell’ambito di  quelle coordinate. Per restare, come è nostro compito, al consistente gruppo scelto dall’Associazione Vertigo Arte Contemporanea, notiamo subito che Salvatore Anelli si fa sedurre dal tema del viaggio, con la sua singolare installazione sonora, delle essenziali Vele, che tuttavia non sono dispiegate, col vento in poppa, ma raccolte, addirittura fortemente ingessate, intrise di catrame e oro, un simbolico ossimoro di sciagure e fortune, una sorta d’albero maestro da cui escono suoni, evidente richiamo al noto episodio del canto delle Sirene, mentre Caterina Arcuri, con una limpida stampa fotografica, ci conduce verso atmosfere più intime e immacolate di un’attesa, quella lunga di Penelope forse, ma anche quella d’ogni donna (alla figura manca il volto), che attende un dono nato dalla luce sia esso uno sposo o un figlio, una luce sicura, netta, senza incertezze.  Antonio Baglivo, col rosso vivo di stoffe finemente pieghettate, evoca atmosfere forti, di raffinate familiarità, di passione e di sangue, forse quello dei Proci, forse quello degli agguati mafiosi e ci invita a stare ad occhi aperti, occhi ambigui, tuttavia, perché pronti anche a spiarci, due facce antitetiche d’una stessa realtà. Anche Cesare Berlingeri predilige il rosso, il suo rosso vibrante, nell’opera che propone, una delle ormai famose piegature, ma sul rosso avvolto e avvolgente di quel giaciglio fascinoso sembra potersi intravedere, come su un reperto graffiato dall’uomo e dal tempo, solo un’intimità persa e tuttavia vicina ad essere recuperata, un’intimità d’amore certo, ma anche di silenzio e di riposo dopo venti anni di distacco e di travagli.   Dario Carmentano invece, concettuale e ironico, meditando sulla patria così cara a Odisseo, come abbiamo visto, ci mette crudamente e senza mediazioni di fronte alla nostra attualità, sottolineando, forse anche con amarezza, con l’esposizione di  un semplice pezzo di stoffa a più colori, che tuttavia è altamente simbolico, quello che non è più o non lo è come quando siamo stati uniti, cioè un riconoscersi in un’unità non solo storica e geografica, ma anche morale, spirituale, di condivisione e solidarietà. Due elementi ci sembrano prevalere nell’equilibratissima piccola opera di Lucilla Catania, uno formale, il materiale usato, quella terracotta (peraltro lavorata con ossidi di ferro e cera), così presente nelle terre greche e  mediterranee, un altro sostanziale, quelle spine che ricordano le chiome dei guerrieri e i lunghi capelli d’una donna, quasi a voler accomunare, nella sofferenza, l’eroe e la sua donna. Giulio De Mitri, invece, da uomo nato in una terra, quella della Magna Grecia, che fu fonte della civiltà occidentale, non può che proporci, anch’egli con una splendida foto, il suo mediterraneo, fatto di cielo e mare, delle loro sfumature, delle loro evoluzioni cromatiche, del divino alternarsi di luce e ombra, di evocazioni liriche di confini eterni, entro cui passano civiltà, in una meditazione estatica ed estetica di misteri e profondità insondabili. Ci riportano all’intimità     Teo De Palma, con le sue amate carte, supporto prevalente e direi connaturato della sua poetica artistica, le pagine di segrete intese, raffinatissimi acquerelli magistralmente contaminati su pagine d’agenda ormai smembrata, come un diario intimo di cuori complici ora più vivi ora più martoriati, su labili numeri, monito d’un lungo cammino e del tempo che passa, e                       Franco Flaccavento con una precisa direi fotografica installazione, un muro sbrecciato da cui pendono fogli colorati e disegnati, piccoli segni di memorie, ai cui piedi sono posti, su di una striscia di sale, minerale altamente e variamente simbolico nelle terre mediterranee, piccoli oggetti (un abitino da sposa, un libricino, una barchetta, ecc.) ma di pesante piombo, di cui sono fatte le armi che scatenano cruenti massacri, mentre una giovane sposa attende il ritorno dell’amato. Tre vele, invece, verso Itaca per l’arte sperimentale di Francesco Guerrieri, di quello sperimentalismo puro, “aperto verso l’autenticità espressiva”, come tre caravelle nel mare della sua ricerca segnica e percettiva di stampo strutturalistico, quasi a sottolineare che ogni ritorno è comunque verso una terra sconosciuta, ogni sperimentazione è un lungo cammino verso l’ignoto. Va direttamente al cuore delle problematiche proposte Felice Levini, con la sua netta itaca e il naufrago in primo piano, ma quasi in negativo, spoglio d’ogni cosa che non sia una specie di vessillo, insieme esaltazione per l’approdo, dopo pericoli e sofferenze, ma anche timore per una terra che può riservare sorprese, quindi annuncio ambiguo, anche per essere tracciato su un labile vetro, che coglie la sostanza più pregnante d’ogni ritorno e quella d’una mimetica profezia che lo stesso itacese fa nel XIX libro :”quando una luna cala e l’altra incomincia, in questo tempo farà ritorno  Odisseo”. Concettualità e tentativo di coinvolgimento dello spettatore nell’opera di Antonio Pugliese che pare astrarsi da tutto il contesto per mostrare un normale ambiente casalingo. In realtà l’artista suggerisce, nell’equilibrio asimmetrico della composizione, un’idea di legalità come bilanciamento tra diritti e doveri (di cui è ulteriore conferma il bicchiere perfettamente mezzo pieno e mezzo vuoto) e un interesse al viaggio individuale di ognuno nella propria intimità attraverso l’acqua (blu come il mare di Odisseo), elemento primario del nostro corpo, e le sue trasparenze sia reali (quelle del mare), sia metaforiche (quelle della legalità), che lo spettatore può sempre tenere limpide con l’uso del  panno posto sulla sinistra dell’opera. Antonio Pujia Veneziano, invece, ci riporta a un clima fenomenologico folgorante e magico; come un lampo divino quel suo reiterato sbuffo di Mezzogiorno sottolinea un momento topico del giorno, che sul mare spesso diventa incanto estatico, e suggerisce immediatezza, luce, un colore violaceo tanto vicino appunto al mare di Odisseo, finendo per rammentarci il senso più profondo del gesto artistico quello che dà una traccia, evoca un sentimento, un’atmosfera, un mistero oltre, che ognuno è destinato a scoprire e a riempire per approdare forse alla sua personale Itaca .     Anche Fiorella Rizzo, con una delle sue ricorrenti installazioni di oggetti sparsi direttamente sul pavimento, propone un raffinato motivo interpretativo, dove quei tessuti che sembrano fazzoletti annodati rappresentano evidentemente un segno intimo, bianco come un’intimità pura, ma anche la necessità di ricordare sia per chi rimane sia per chi parte, e tutti insieme formano come un campo di memorie che spargiamo nel tempo e non possiamo non portare dentro, per ricordarsi del cuore. Con una semplice grande lamiera di alluminio piegato, lucido e contorto, che ha subito i segni dello scontro, Giuseppe Salvatori riesce a creare un’evocativa sospesa immagine incombente di guerre mitiche e divine, ma anche di moderne tragedie, meno nobili e decisamente più prevaricanti, che dovrebbero essere per nessuno, dove risulta evidente il motivo concettuale-linguistico con una delle identità più famose assunte dall’eroe omerico. Al problema dell’identità pare anche interessarsi Giulio Telarico col suo autoritratto in gradazioni di rosso, tra segni misteriosi e ancestrali, lettere alfabetiche, clessidre senza sabbia, mani abbandonate a se stesse e sullo sfondo, quasi in un riquadro velazqueziano, l’immagine d’un volto senza fattezze, uno nessuno e centomila come appunto le identità di volta in volta assunte dal “divino” Odisseo.Chiudiamo, infine, con un altro autore originario della Magna Grecia, che predilige anch’egli la terracotta, questa volta dipinta di bianco, Antonio Violetta, che ci presenta, in un ritratto tormentato e scavato, il protagonista assoluto delle vicende di cui ci siamo interessati, quell’Ulisse, “ricco d’ingegno” (e questo è forse il senso di quel luminoso bianco), che tanto vagò per impervi sentieri, come quei solchi che l’artista traccia con mano ferma e salda convinzione, solchi che l’itacese ha attraversato, come  tutti gli umani e più di tutti gli umani, alla ricerca d’una  sua meta e d’una sua solida certezza.

Catalogo  edito da Rubbettino editore

disponibile presso il Museo Dei Bretti e degli Enotri

Vertigo Centro Internazionale di ricerca per la Cultura e le Arti Visive Contemporanee

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