Buio luminoso

 

11 novembre - 8 dicembre 2006

Mostra omaggio per il libro Estratti dal buio, di Paolo Aita
edizione Casta diva, (i poeti di Smerilliana)

gli artisti

Salvatore Anelli - Antonio Baglivo - Cesare Berlingeri  Zaelia Bishop  - Dario Carmentano - Lucilla Catania   Elvio Chiricozzi Vittorio Corsini -Salvatore Dominelli  Marilù Eustachio - Franco Flaccavento - Andrea Fogli  Felice Levini  Rocco Pangaro  Salvatore Pepe  -Tarcisio Pingitore - Antonio Pujia Veneziano  Fiorella Rizzo  Alfredo  Romano  - Guendalina Salini - Giuseppe Salvatori  -  Antonio Violetta

 

opere a Vertigo

 

 

 

 

 

 

testi di Franco Gordano e Daniele Pieroni

 

Buio luminoso 

Il buio, lungi dall’essere una situazione disperante, può essere una condizione privilegiata, perché potenzialmente aperta a infinite soluzioni. Da esso si può emergere lentamente come da un’eclisse e riaffiorare alla luce. Da esso, Paolo Aita ha tirato fuori, nel suo intenso “Estratti dal buio”, indubitabilmente più di una perla (del resto, egli stesso, a pagina 43, parla con un dissacrante ossimoro di “buio luminoso”), quali ad esempio: ”Un, due, tre. Chi non scappa resta a me, dici. Ma chi scappa dove va?”, oppure “Con chi Ti cruccerai quando ci estingueremo..”, o ancora “Continuerò a prendermela con Te se non mi dai qualcosa di più umano, di più commisurato”, (dove l’interlocutore è indicato sempre rigorosamente con la lettera maiuscola - e qui mi viene in mente il titolo d’un libro giovanile di Martin Buber, “Ich und Du”, “L’io e il tu”, appunto), ma ha anche composto, nell’insieme, un libro denso, esplicito e complesso nello stesso tempo, a tratti illuminante, a tratti doloroso (“un dolore, per cosi dire, originario”, come è scritto a pagina 49), una meditazione tesa e fulminea, senza orpelli, che scaturisce da uno stato di grazia e in esso si giustifica attraverso le sofferte ragioni d’un confronto serrato tra esistenza arte e assoluto. La struttura prosimetrica dell’opera, che, come è noto, ha illustri precedenti, dallo stesso Dante della Vita nuova fino al Rimbaud di Una stagione all’inferno e delle Illuminazioni, è sapientemente riproposta come un’urgenza, una necessità di fare i conti ( “Solo adesso, dunque, hai disposto che mi accostassi a Te senza intermediari (angeli, donne, demoni). Soccorrimi con e contro le visioni”) tra un’ispirazione “pura”, che forse più non sostiene, e una riflessione più meditata, teologico-filosofica (rimbaldiana appunto, forse anche pascaliana “Donami l’udito giusto per riconoscere la Tua voce, chiamandomi”, ma senza intento apologetico), così che l’accostamento tra poesia (23 brevi testi, spesso posti come a inizio d’un ideale capitolo) e l’aforisma - che connota il libro - più affini di quanto si possa credere, perché simili nel momento ispirativo, nell’essenzialità, nell’asciuttezza, direi nella fulminea essenza (“fino a poter dire solo con l’aforisma”, scrive Aita a pagina 62), è felicemente risolto in un reciproco cercarsi, accostarsi, rendersi necessariamente complementari, rigenerarsi al fuoco delle rispettive radici, che sono poi quelle di gran parte d’un Novecento, insieme, splendido e scellerato.Perché, all’inizio di un nuovo secolo (addirittura d’un nuovo millennio), Aita, facendo tesoro della memoria culturale di svariate epoche ed esperienze, in primis di un’assorbita lettura biblica (tanto che una delle poesie porta il titolo di “Salmo”), ma anche, probabilmente, di una certa patristica, che tutte s’assommano poi e paiono aggrovigliarsi tra otto e novecento, in particolare tramite la figura, direi spartiacque, di Friedrich Nietzsche, sembra voler mettere un punto fermo proprio sul tragico secolo precedente. Così, rimeditandolo tutto, attraverso la disseminazione di svariati indizi più o meno diretti, più o meno evidenti (ripetuti, ad esempio, quelli kafkiani, ma anche quelli musicali che, con quelli pittorici e cinematografici, si insinuano di continuo nelle pieghe dei pensieri e delle parole), forse di infatuazioni vissute sulla propria pelle (…”Anche a me, nato tra le pagine della Nausea di Sartre”), forse di amori più o meno coinvolgenti (Paul Celan, ad esempio), affissa lo sguardo non solo sull’eterna polarità tra bene e male, ma spesso anche sulla loro tragica indistinzione (molti gli aforismi che vi sono dedicati, tra gli altri: ‘Bene e male come giorno e notte. Ma costitutivi di cosa, se già il termine giorno sottintende, ma quasi esclude l’”inutile” notte…’, oppure “Una fatica da Sisifo attende l’uomo per eliminare il male. Questo compito è interminabile poiché la religione ne conosce due tipi: il male come privazione di bene o desiderio del male in sé e l’errore. Appena finito il lavoro con quest’ultimo inizia il lavoro col primo, e daccapo.”, e ancora “…Nella lotta tra gli opposti, il male è connaturato al bene poiché c’è un bene superiore che è il gioco stesso di queste entità, la loro dynamis…”, ma anche, sul suicidio (tante le riflessioni, in particolare: ”Il suicidio fa così scalpore perché in profondità troppo ci indigna. Ci offende perché esibisce la   nostra impotenza ad averlo evitato. E’ uno scandalo dell’anima poiché non si può condividere e si vuol che sia, kantianamente, il massimo dei gesti.”, oppure il categorico “Il suicidio è un peccato immortale” ), sul dolore (ci piace citare ancora “Il dolore è l’unica strada alla retta immaginazione”), sulla sensazione di un suo senso finale verso la sacralità (‘Silvia è morta per essere cantata; il rifiuto dell’”amata immortale” genera il panteismo di Beethoven; Ortis è suicida per ideale. Godiamo eroicamente nel verificare che le più fosche previsioni si sono realizzate. Questa è la dimostrazione che il mondo è fatto per noi. Il nostro attaccamento giunge a fecondare anche la morte, a suggerne succhi che produrranno la creazione artistica, e la riscatteranno facendola dialogare con l’infinito. Il dolore paga questo accesso al sacro’, pag. 30) e naturalmente sull’amore, o meglio sulla  prospettiva d’amare, sulla sua ineliminabile necessarietà e la sua prismatica indefinibile essenza: “…In realtà tutti gli errori si possono condensare in uno solo: confesso che ho vissuto, dunque errato. Ovvero che ho amato, soprattutto ciò che non dovevo. Ma insegnaci ad amare come ami Tu. Sicuramente senza (voler) prendere, ma, altrettanto, senza occludere l’amato, senza trattenerlo con legacci di terra quali sono appunto gli errori. Amare sia beneficare…” pagg. 12-13. In tal modo, Aita cerca di capire dove inciampammo (“I mostri contenuti nelle brume di fine ottocento si sono concretizzati, ed è venuta fuori la strage orribile e certa”, dice a pagina 15, in una delle meditazioni su Auschwitz,) e se sia possibile risollevarci (“ E’ giunto il tempo/di viaggiare per senso/in questo paesaggio”, dicono i primi versi di una delle poesie, senza titolo). Si dipana così, in una scrittura fitta, scandita, teologale, mi verrebbe da dire, a tratti incalzante, a tratti secca, una sorta di corpo a corpo estremo (“Dovremo finire di morire in Te per rinascere in questo mondo”, pag. 41,  come una sorta di Noche oscura del alma per dirla con S. Giovanni della Croce), un’esibita nudità, un misurarsi “alto”, che non concede nulla, che non fa sconti, per capire certo, ma forse anche per perdersi definitivamente (“solo TU puoi comporre la ferita che generi” pag.57).Nel colloquiale e spesso quasi confidenziale TU (che man mano che il libro procede si svela apertamente nella propria Essenza Divina) che l’Autore adotta, tra l’urlo, il grido (Munch, Antonioni; del resto Paolo Aita ha una lunga, appassionata, puntuale frequentazione con la pittura e il cinema) di antiche lacerazioni e intraviste nuove possibilità (“ E se ciò che non è di nessuno fosse di Dio? Quante volte c’è un languore, una nostalgia, una rarefazione che vaga dentro di noi inspiegabile. Pensare che sia di Dio, del Dio di noi, pare sempre più probabile”), egli in fondo parla di un’Assenza (“L’annuncio della Tua morte è stato dato dal filosofo: ma TU eri stato veramente vivo?”), di una Mancanza (“La ferita causata dalla Tua mancanza non secerne sangue, ma immagini. Dare voce alla Tua mano ritratta, distante, equivale non a dare voce a un dolore, ma a figurare una nostalgia senza un volto. E’ l’archetipo di tutte le mancanze”), ma anche di mille presenze, che sono le domande, alle quali forse è impossibile rispondere del tutto (“Il peccato più grande è chiedersi come vorrei il mondo”, è l’ultimo aforisma e l’ultima riga di “Estratti dal buio”). Domande perciò beckettianamente impossibili e presenze, fittamente riassunte in quella che mi pare comprenderle tutte: il Silenzio, incontrastato protagonista, col suo apparire e disparire, con le sue asserzioni e ancor più le sue reticenze, con la sua suprema ineluttabilità (“Più facciamo parola, più ci indebitiamo col silenzio” è detto a pagina 54) e  quella di sua sorella morte ( “La morte potendo essere volontaria è perfettamente controllabile”, pag. 15 – dove, tra l’altro, ritrovo ancora echi nietzschiani - “Ciò che attrae della morte non è la fine del dolore, ma la fine della molteplicità dell’esperienza. La fine della doxa , ingrediente fenomenale della vita”, pag.35;  “Si canta la morte, si blandisce, si seduce. Ma descrivere il suo desiderio è impossibile.” pag. 38), estremo, ineluttabile incidente (“La morte è una partita chiusa senza possibilità di rivincita. Contro noi stessi.” pag. 48). Così, alla fine, non appare necessario comprendere fino in fondo codesto, per molti aspetti, spiazzante volumetto (“Da piccolo una delle paure più grandi era finire nel Paradiso dei personaggi invece di quello delle persone. Lì avrei trovato Faust che dibatte ancora con i suoi libri, Madame Bovary ancora indecisa e Aschenbach ancora proteso a cogliere l’occasione giusta per l’approccio con l’adolescente. Ciò che temevo era che mi avrebbero interrogato sulla comprensione del libro di cui facevano parte. Lì non avrei saputo rispondere e, ancora adesso, non so su quali argomenti riuscirei a profferire parola”, pag. 41. Candida confessione che scatenerebbe tutta una serie di interrogativi, ad esempio, sulla scoperta solitaria del mondo letterario, sull’amore e il timore e tremore -per dirla con Kierkegaard- della letteratura, sulla comprensione intima e immediata e sul momento successivo di interpretazione dei testi, o , addirittura, sull’Inutilità dello scrivere stesso: “Bellissima la sensazione di fare un libro, questo libro, e sapere che, alla fine, ne saprò quanto prima. Bellissima la sensazione di lavorare per l’Inutile - con la maiuscola, però.”), ma rifletterci, assimilarlo, aggirarsi tra le sue pagine, lasciarsene coinvolgere, ma direi con giudizio, lasciandolo poi sedimentare, perché codesta intensa meditazione, codesto viaggio, no, non viaggio, codesto cammino quotidiano che in fondo è la nostra esistenza, la nostra vita, che spesso appare stanca e senza vigore, privata d’ogni fede nell’agire (“Poiché anche l’uomo in me è stanco di sentire, di provare. Mille anni di tentativi non valgono un attimo di predestinazione”, è il primo degli aforismi di ”Estratti dal buio”, subito dopo la poesia d’apertura, dove tra l’altro, sembrano risuonare lontani motivi agostiniani), e dove forse “Ritroveremo tutto in fondo:/i sorrisi sprecati,/le richieste silenti.”, codesta meditazione, dicevamo, mi fa pensare a un grande grappolo d’uva dai grossi chicchi succosi e invitanti, e quindi a un dono dell’Eden, e pur tuttavia non posso esimermi dal pensare, altresì, che a cibarsene con avidità potrebbe procurarci un’indigestione o addirittura “inebriarci”, come successe un tempo allo stesso Noé. Ma questo, Paolo Aita credo che lo sappia perfettamente, se alla fine di una delle più belle poesie del libro, la penultima, “Le Sirene”, scrive “Ma non più avevo dubbi;/ ero il dubbio/ e in forma di tempesta/ l’anima scuotevo dei compagni.” Novello Odisseo, dunque, egli compie il suo percorso nell’oscurità (“Punto di fondamentale importanza è l’oscurità” p. 17, oppure “Non c’è niente che generi imitazione più dell’oscurità” p. 22), alla ricerca d’un senso che sani la ferita (“La ferita esibita è la Resurrezione”, pag. 67), la frattura ancestrale che l’uomo porta in sé e lo separa dal Cosmo e dall’ Universale, e ricomponga l’armonia primigenia della sua lacerata identità ( ‘Magari poter dire “E’ venuto Dio e ha sparpagliato, confuso, cancellato tutti i miei quaderni”. Ora Lui è dietro l’angolo e ascolta lo scricchiolio della penna che scrive di Lui e sorride. Io so che uno dei miei io è seduto sulle sue ginocchia, ed è l’unico che riposa protetto, non avendole abbandonate dall’eternità’.), diventando, se fosse il caso, anche ladro: “La visione di Dio si ruba”, è scritto infatti a pagina 42. E a codesta avventura egli ci invita, richiamando la nostra attenzione e scotendo, appunto, la nostra anima e forse più d’una certezza. Del resto, tutto era già chiaro dall’epigrafe: “A chi ha atteso questo/ libro con me, prima di me”.                              

A tanta ispirazione hanno voluto rendere omaggio ventidue artisti di diverse parti d’Italia. Due (come è naturale, dal momento che Aita svolge la sua attività tra la Calabria e Roma) sono i gruppi prevalenti, quello calabrese, appunto, per origine o residenza (Anelli, Berlingeri, Dominelli - ormai romano d’elezione -, Flaccavento, Pangaro, Pepe, Pingitore, Pujia, Violetta - anch’egli ormai bolognese - ), e quello d’area romana (Bishop, Catania, Chiricozzi, Eustachio, Fogli, Levini, Rizzo, Salini, Salvatori), ma non mancano altri contributi, quali quelli del campano Baglivo, del lucano Carmentano, del toscano Corsini e del siciliano Romano. Una rappresentanza ampia, che ha operato in assoluta autonomia, dando vita a  Buio luminoso, un’esposizione forse variegata, ma lirica e per nulla disomogenea, avendo saputo tutti cogliere da “Estratti dal buio”, i motivi più significativi,  in primis quel buio del titolo reso fascinoso dal bagliore di più d’una luce. A esso, infatti, ci pare si siano ispirati oltre metà degli artisti presenti. Da Salvatore Anelli, che, col suo “Porgersi in silenzio”, preziose carte dorate al centro d’un brunito e corrugato sfondo, appare come il più immediatamente aderente a quell’ossimoro, a Cesare Berlingeri, che il contrasto vivificatore tra ombra e luce crea con personalissime straordinarie piegature, sulle quali traccia volatili parole come a interrogarsi o interrogarci sull’essenza misteriosa della scrittura, da Andrea Fogli, finissimo interprete delle potenzialità della grafite, da cui trarre segni essenziali come il nero vortice nel quale sembrano venir risucchiati le ombre degli amanti, ad Antonio Violetta, che coglie, con raffinata perizia, un desiderio di trasparenza nella lastra di vetro sulla quale, con sicuro gesto pittorico, ha smaltato un enigmatico accennato volto, da Fiorella Rizzo, che con due piccole forme nere simili a scarpette, forse vuole indicare un cammino da compiere, già in parte riscattato dal chiarore che crea la parte vuota della sua opera, a Giuseppe Salvatori, che, nero su nero con punte di luminoso blu, sembra cogliere un raffinato senso barocco, che ci pare a volte felicemente latente nell’opera di Aita, da Marilù Eustachio, con lo splendido contrasto di chiaro e scuro, di segno e figura, ad Alfredo Romano, dove la luce dell’opera è costretta dentro scure grate, che forse quella treccia di capelli argentata riuscirà prima o dopo ad aprire, da Vittorio Corsini, che con la sua industriale materia traccia labirinti di antiche piante sacre, che certamente Aita, nella sua ispirazione, non può non aver conosciuto, a Salvatore Pepe, che pudicamente ingloba, nella attualità dei suoi policarbonati, il dominante motivo d’un striscia d’oro tra tanto buio, a Zaelia Bishop, che, invece, in quella Noche obscura ha visto, in una sorta di evocazione neoromantica, il tremore di minacciosi fantasmi. Salvatore Dominelli offre uno spiraglio, un bagliore, forse per un intrapreso cammino, che ancora è disequilibrio di tinte, che pure tendono già a pacificarsi, mentre, Guendalina Salini in quelle stoffe su fondo nero, vigorosamente annodate e annotate quasi biblicamente, sembra voler cogliere la secca tensione della scrittura. Felice Levini, a sua volta, vede, con grande abilità compositiva, il nero nella quotidianità più inquietante della guerra, seminando ansie e ambiguità col titolo (Leopard) che attiene alle armi corazzate, ma anche all’animale, simbolo medioevale dell’anticristo, mentre Dario Carmentano propone, senza schermi, l’eterna dualità tra materiale e spirituale, tra corpo e anima e forse la necessità d’una loro integrazione. Solo apparentemente eccessiva, la sua opera ci ricorda da lontano l’infinità schiera di  mistiche o sante in estasi che stringono l’oggetto della loro sete d’assoluto.Ogni artista, anche quelli che citeremo oltre, ha operato rispettando e facendo proprie le caratteristiche non solo del momento espressivo, ma anche del minimalismo di mezzi. Il formato medio-piccolo delle opere, infatti, non tragga in inganno; esso sostanzia una perfetta adesione, di forte partecipazione, alla struttura stessa del libro. Come costretto dall’essenzialità e nello stesso tempo dalla pienezza di esso, l’artista, ha avvertito l’esigenza, così almeno ci pare, di condensare meglio e ancor più la propria ispirazione e la materia a sua disposizione per sintetizzare, in maniera qualitativamente esemplare, la propria visione di “Estratti dal buio”. Così, diversamente da quelli già citati, altri sono rimasti soggiogati più dalla luminosità, fino addirittura all’opposta pari neutralità del bianco, o, infine, ne hanno colto temi più nascosti e forse più personali. Nel primo caso, Rocco Pangaro e Tarcisio Pingitore si spingono decisamente verso una prospettiva di luce e chiarore (“Luce” è appunto il titolo dell’opera di quest’ultimo), seppur incrinata da cocci di vetro nel primo e pieghe della tela nel secondo, mentre Antonio Baglivo inserisce le trame del suo scandaloso rosso brunito, come un passionale simbolo di ricerca della verità. Nel secondo caso, mentre Elvio Chiricozzi in una calda luce di confine, più che il tema del doppio, sembra ricordarci l’esigenza d’afferrare quella parte labile, eterea di noi che tende ad allontanarsi, Franco Flaccavento, dedicando il suo lavoro alla breve poesia “I crociati”, indugia con sicura mano su un panorama indistinto di tracce, consunzioni e memorie (forse fortunatamente) ormai precluse e sigillate per sempre col piombo. Antonio Pujia, invece, dà “Voce a quella mano distante”, probabilmente nel ricordo d’una indistinta nostalgia che affascina e luminosa si spande, mentre Lucilla Catania propone, con la sua  essenziale analisi delle forme plastiche, il terribile avvitamento che dentro sempre ci coglie al cospetto del mistero. Mostra, dunque, che danza felicemente su un crinale, costretta com’è a  non tradire il proprio mondo, ma neppure l’altro, a confrontarsi in campo aperto e lealmente con lui. E’ proprio questo senso di appartenenza a se stesso e di approccio spontaneo e convinto all’altro che dà alla rassegna, secondo noi, la sua fulgida corposità e la sua coinvolgente compattezza.  

Franco Gordano                               

 

 

 

In The return of the native, solido romanzo che precede il più celebre e bellissimo Tess dei d’Urberville, Thomas Hardy situa le vicende del libro nella brughiera del Wessex inglese, arida landa di eriche e ginestre in cui nebbia e buio allignano fraterni. Ed è proprio in quel buio che si accendono i fuochi portatori di ventura o sventura, che si attuano le epifanie, che i personaggi incontrano il proprio destino. L’oscura brughiera in fondo sta lì da secoli e custodisce silenziosamente le storie che vi si accampano. La luce improvvisa di un falò, di un focolare, lascia irrompere un evento che spesso è foriero di tragedia. Il buio recita una sua saggezza. La luce al contrario può paradossalmente destabilizzare un equilibrio antico e come suona il motto latino addirittura “In lumen insania venit et fugavit ratio”…

Lungo è il catalogo della letteratura notturna. Paolo Aita nel suo libro Estratti dal buio dimostra di serbarne memoria. Ma il suo eloquio più che citare, sembra voler svelenire dilemmi e aporie rimasti a galleggiare nell’ombra dei tempi. Ecco perché non tenta acrobazie, oppure le prova senza artifici. Ecco perché scrive che la “teologia è la filosofia che fa i suoi esercizi senza rete”. E che dire della mistica, che fa della notte oscura (Juan de la Cruz) il perno del suo dramma spirituale ? Transito, spoliazione e ascesi ?

Buio luminoso : in questo ossimoro è racchiuso un segreto della nostra essenza di viandanti, di uomini in cammino verso una verità, verso un dominio in cui sia restituito senso alla condizione del vivere. Ed è bene che sia un’opposizione linguistica ad aprirci la via. Tutti agognamo un “giardino” edenico e in questo, come scrive Aita, “le parole bussano prima di entrare e disturbare”. Le parole sono scintille, faville e brillano come stelle nella notte. Le parole illuminano e permettono ai migliori di farsi veggenti o profeti. Esse valorizzano il silenzio che è corrispettivo dell’oscurità. Certo le parole implicano un sacrificio, un principio venatorio: al modo della falena che va a bruciarsi nella fiamma di una candela.

Allora suppongo che gli artisti chiamati a confrontarsi con le pagine del libro di Aita ma anche e soprattutto con ciò che quel libro addita, non si siano sottratti alla prova del fuoco: meglio, che abbiano tutti catturato un barlume di luce nel proprio buio interiore e che abbiano bussato alla porta della notte e del sonno. Ho visionato in anteprima le loro opere: la traccia dell’ossimoro è talvolta lampante, altre volte recondita, ammansita. Il nero e il bianco prevalgono ma ho anche visto qualche colore più acceso e d’altronde chi può negare che ci siano esplosioni di colore nel buio !

C’è chi ha fatto della luce un atto volontario, un’effrazione al recinto delle tenebre; chi invece ha lasciato emergere il chiaro come un’emanazione.

Sempre però la natura dell’ossimoro è stata rivelata nello spazio che rapporta mente e sensi e con ciò gli artisti si sono messi in gioco interamente: senza veli o ritrosie, consapevoli che l’occasione esigeva una risposta riconoscibile e luminosa. 

Daniele Pieroni