Mito sepolto

Alarico e la leggenda dei due fiumi

a cura di Luigi Paolo Finizio

gli artisti

Salvatore Anelli, Caterina Arcuri, Renata Boero, Carmine Calvanese, Angelo Casciello, Pino Chimenti, Giulio De Mitri, Michele De Luca, Teo De Palma, Elena Diaco Mayer, Franco Flaccavento, Carlo Fusca, Orazio Garofolo, Sandra Heinz, Edith Urban, Felice Levini, Nicola Liberatore, Martin Figura, Albano Morandi, Gianfranco Notargiacomo, Maurizio Orrico, Salvatore Pepe, Tarciso Pingitore, Tonino Pujia Veneziano, Alfredo Romano, Fiorella Rizzo, Giuseppe Salvatori, Vincenzo Trapasso, Giulio Telarico.

 

ALARICO, IL MITO SEPOLTO 

Una mostra parlante  

            Una grande stagione di mutazioni culturali comprende la penetrazione dei barbari, le genti germaniche, lungo la penisola italiana tra l’alto e basso medioevo. Stagione che al cuore dei suoi eventi storico sociali presenta la incalzante caduta della romanità, delle sue istituzioni di potere, dei suoi costumi e convinzioni religiose. La storia e la storiografia ci tramandano come attraverso le scorrerie e gli insediamenti dei barbari sono cambiate le condizioni della vita quotidiana e dei suoi fondamenti morali nei vari centri abitati e, in modo particolare, a Roma: centro non più di dominio e irradiazione greco-latina per assurgere a luogo di consacrazione e diffusione del Cristianesimo.

           All’irruzione e propagarsi dei barbari in Italia ci sarà il solo contrasto temporeggiatore e di mediazione del potere pontificio, la Cattedra di Pietro. Dopo il divieto dei culti pagani seguì l’avanzata della fede cristiana, la religione dell’Impero tra Oriente e Occidente. Non poco della penetrazione dei barbari   dipese dalla contaminazione attiva e passiva con la popolazione romana, come non poco della loro compatibilità crebbe attraverso l’arruolamento nell’esercito romano e le conversioni al cristianesimo. E come ci rende noto la memoria del progresso evangelico le conversioni dei Germani al cristianesimo ariano, per opera del goto romanizzato Ulfila, progrediva dalla metà del IV secolo. In effetti, i barbari non furono fanatici difensori e diffusori delle proprie credenze religiose lasciandosi educare e convincere dal credo cristiano e non mancarono traduzioni della Bibbia nella loro lingua. Così, a quel tempo si poteva essere del tutto contrari alle genti venute dalle terre del Reno o decisamente germanofili. Pendolari propensioni che ancora oggi, pur con assai diverse motivazioni, stanno diramando fra di noi.

          Questo, insomma, il contesto dell’Italia medievale, di Roma prerinascimentale, quando si affaccia ed emerge la figura del visigoto Alarico, che, per meriti militari verso Roma, divenne magister militum.  Eppure, Alarico, primo re della tribù dei Visigoti, passerà alla storia quale condottiero che assedia e compie il cosiddetto sacco di Roma nel 410 d.c. Evento e data che marcarono l’ingresso del Medieoevo tra le mura e la classicità di Roma, mentre nella lontana e cristiana Betlemme si arrivava a dire che la “luce del mondo era stata oscurata” (Gerolamo). Di conseguenza, nel futuro dei tempi medievali la legislatura d’occidente non sarà più di un romano ma di un franco regnante su germani e latini, Carlo Magno il primo a reggere il Sacro Romano Impero. E come ai tempi della Grecia e della Roma dei pagani corrispose il canto dell’arte epica dei poemi eroici di Omero e Virgilio, cosi sullo sfondo delle incursioni e stanziamenti delle genti barbariche, nei tempi medievali e oltre, corrispose, con lo spirito dominante della cristianità, l’epica dei poemi eroici delle crociate e del mondo cortese della cavalleria.

        Figura storica quella di Alarico (395-410) che si imprime rapida e senza precisi contorni sulle soglie dei tempi medievali. Nella sua breve esistenza di guerriero e patteggiatore di bottini, lungo il primo decennio del V secolo, la sua vicenda ha impresso nella storia una perdurante scia leggendaria nata in terra calabrese. Ad essa la città di Cosenza e l’associazione culturale ‘Vertigo Arte’ hanno inteso dedicare una rievocazione con l’iniziativa di questa mostra di arti visive intitolata: ‘Mito sepolto, Alarico e la leggenda dei due fiumi’. Provocati e coinvolti, ciascuno degli artisti invitati ha fornito una propria rimemorazione immaginativa, un seguito di epifanie plastiche con cui la leggenda di Alarico irrompe e si rigenera agli occhi dei visitatori che, secondo pure gli auspici di chi scrive, potranno nel suo percorso godere di una mostra parlante. 

        Una mostra che racconta e rigenera per fantasie ed evocazione un mito funereo, una leggenda ariana carica di credenze ultraterrene e aurei decori non tanto dissimile da quelle che ha potuto celebrare nell’oro del Reno la musica wagneriana. A Roma, per molti dei conservatori dei credi pagani la venuta di Alarico aveva avuto presagi da imputare all’abbandono della protezione degli dei. Anche la repentina morte di Alarico apparve come un segno, la nemesi del suo castigo. Sia da una parte che dall’altra si confidava in un Dio che prima o poi interviene per giudicare e punire. Correva, intanto, tutto un processo di miscelatura tra credenze pagane e cristiane, e come tanti templi venivano trasformati in chiese anche molti culti e dei pagani si commutavano in riti e santi cristiani. E, sappiamo, che per quanto gli adepti del cristianesimo dicessero il contrario nel ricorrere al Dio provvidente, pure questa mano protettrice non evitò nel futuro la sequenza dei flagelli di Dio, da Attila a Genserico e alle ripetute scorrerie dei saraceni, sino, per noi oggi, alle contemporanee e feroci persecuzioni e contrapposizioni con la fede mussulmana.

            Nei fatti di allora, valga ripetere, la memoria storica di Alarico, pur recidivo di precedenti e rapide invasioni su Roma, nasce principalmente dal vandalico sacco di Roma nel 410 concludendosi con l’epilogo, nello stesso anno, della sua morte e sepoltura nel letto di confluenza dei fiumi Busento e Crati a Cosenza. Nasce di qui la leggenda calabrese legata alla sepoltura più che alle gesta guerriere del biondo Alarico.  In effetti, per la gente e la città, il sacco di Roma, durato tre giorni, non fu proprio un cataclisma causato dall’aggressione dei visigoti quanto, maggiormente, in quei tempi, per l’imperversare della carestia. Le orde dei visigoti non furono particolarmente feroci verso il clero e i palazzi della cristianità. La loro dura irruzione venne maggiormente intesa e risentita simbolicamente come un tragico crollo culturale. Del resto, l’assalto ebbe complici tra i romani. Probabilmente la parte più gustosa del bottino fu per Alarico, già più volte elargito di ori e argenti, l’avere catturato la bella Galla Placidia, sorellastra del deposto imperatore Onorio. Alla morte di Alarico andò sposa al successore Ataulfo, ma il destino di Galla Placidia corse ben oltre arrivando a presiedere l’Impero di Bisanzio a Ravenna con la reggenza per il figlio Valentiniano III. E’ nota a tutti la memoria del suo trionfo iconografico nei mosaici di Ravenna.  

          Una prima importante conseguenza di ordine culturale all’azione vandalica di Alarico, ai suoi effetti di declino di un mondo venne da due eminenti intellettuali della cultura greco-latina e cristiana, S. Agostino e Paolo Orosio, suo discepolo, nativi entrambi dell’Africa: dove avrebbe voluto sbarcare Alarico per conquistarla, ma invano.  Rispettivamente scrivono la Città di Dio e i Sette libri contro i pagani. Per quei tempi di esordi medievali furono due voci molto ascoltate della storiografia e propaganda cristiana, per come seppero mediare verso le resistenze e il superamento delle credenze dei pagani e delle genti barbare. Secondo cioè una idea di storiografia universale che preparò e dispose l’istituzione di Roma caput mundi, quale capitale della fede, quale luogo principe di teologia politica. Per S. Agostino, contro le avversità della vita, anche la fede negli dei pagani poteva essere stata idonea a raggiungere la vita eterna. Nella sua visione, Dio è ed è sempre stato in noi. Ma con gli esordi del Medioevo nella vicenda di risalto e poi di scomparsa di Alarico, si apre un senso tutto nuovo per la storia del nostro italico territorio sotto l’avanzante autorità della Chiesa. Storia intricata al penetrante dominio delle genti barbariche e che vede sulla sua estensione geografica consolidarsi la denominazione di Italia. Il laico e storico Jacques Le Goff, nel suo saggio L’Italia nello specchio del Medioevo, proprio seguendo la lettura di la Città di dio di S. Agostino giunge a scrivere: «Agostino – e i cristiani – annunziano che il 410 è il preludio all’ultima età in cui il mondo è entrato. Il mondo declina, invecchia. La fine del mondo è vicina. Solo Dio ne conosce la data. Ma il processo è cominciato: il 410 è l’inizio della marcia funebre che la Chiesa, per quasi tutto il Medioevo, farà recitare alla storia.»  

        Possiamo dire, per il tema della nostra mostra, che l’overture di tale marcia funebre, si può immaginare, risuoni pure nel rituale, accompagnato, da canti e invocazioni, della leggendaria sepoltura di Alarico nel letto deviato del Busento. Luogo fluviale dove venne sepolto con il suo cavallo e l’aureo bottino in una fossa scavata dagli schiavi, forse quelli portati da Roma, e poi decimati perché restasse segreta. Un tesoro sepolto che come tanti altri, veri o leggendari, ha sollecitato la fantasia e le brame di numerosi investigatori sino ancora ai nostri giorni.  Il mito sepolto di Alarico fece gola anche ai nazisti. Nei primi decenni dell’Ottocento il poeta tedesco August von Platen gli dedicò una poesia tradotta per noi dal Carducci, La tomba del Busento, che tra i versi rievoca la scena dello scavo e sepoltura: «…cavan, cavano la terra e profondo il corpo calano, a cavallo, armato in guerra. Lui di terra anche ricoprono e gli arnesi d’or lucenti  Saranno i cavalieri e la letteratura del tempo delle crociate a dare al cavallo il nome cortese di destriero. Come tutte le genti barbariche, la tribù dei visigoti aveva una speciale confidenza e promiscuità con il cavallo. Vero compagno di vita e di morte, in groppa del quale combatteva, dormiva, mangiava e amoreggiava. In fondo, per la vita e per la morte, non molto diversamente dall’uomo civile della modernità, quando alla confidenza con il cavallo si è sostituita quella più comoda e perigliosa della forza cavalli a quattro ruote con il suo discreto e confortevole abitacolo.  

 

Complesso S:Agostino -  Museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza

 

     Le opere in mostra 

        Tra le opere realizzate, la misteriosa sepoltura di Alarico, con il suo luogo   fluviale di acque scorrenti fra anse, luci e rive boschive, appare quasi un comune motivo conduttore. Il mito del barbaro visigoto, tra il lontano divenire del tempo nella memoria, il sito tramandato e la formulazione in immagine, si scansiona tra spazi simbolici e materiali evocativi. La presenza di tre artisti tedeschi, convocati per un simbolico richiamo alle genti germane, ci fornisce una storica rievocazione di Alarico nel Walhalla, il Pantheon tedesco, cui Martin Figura assegna una disinvolta e fresca visita turistica, mentre Sandra Heinz, che da anni lavora sul riciclo espressivo d’indumenti, assegna al personaggio l’attuale notorietà degli stampi alla moda di una camicia cult, ed Edith Urban, prendendo spunto da una poesia, lo proietta in una sorta di identificazione intersoggettiva e metastorica: “Alarico sono io e sei tu”. Nella sua breve comparsa, la figura del condottiero visigoto si staglia quale un tramonto al tempo del sorgere di un occidente barbarico. In tale luce la misteriosa sepoltura ha lasciato un segno sospeso sulle ansiose mire rivolte all’Africa, il granaio non solo di Roma.

       L’oro dei bottini, pari ai frutti di pane e farina delle dorate spighe, diventa un manto di colore che sovente ritorna nel risalto di forme plastiche degli artisti in mostra. E’ il caso di uno spalmo materico che copre e sbalza come un manto di sepoltura nell’opera di Elena Diaco Mayer, così, l’oro si intravede nell’istallazione fatta di impronte metaforiche e frammenti simbolici di Salvatore Anelli e in Fiorella Rizzo si trama e ripete per filo e per segno. L’oro rende preziosa e tenera la veste di merletti e perline che Nicola Liberatore ha immaginato per il sepolto nelle acque del Busento; l’oro marca con risalto la cadenza del segno di memoria nelle scorrenti, in senso fluviale e temporale, bande cromatiche dell’opera di Renata Boero e, ancora, con la sua aurea lucentezza, ricopre, nello spunto di araldiche armature, l’assemblaggio di cartone e ferro che Franco Flaccavento dedica ad Alarico. E ritorna nell’istallazione di Tarciso Pingitore che ne fa lo sfondo di un sudario eroico affidato al divenire memorabile degli uomini e, ancora, è l’opera di Tonino Pujia Veneziano che affida alla lucentezza dell’oro il risalto emblematico e celebrante del mito di Alarico.

         Malgrado l’urto con le genti latine, il popolo di Alarico andrà con esse sempre più assimilandosi e nelle generazioni a venire il latino divenne la loro lingua madre, così come accolsero e condivisero la ordinata concezione amministrativa della vita civile romana. Del sacco di Roma, del bottino di guerra venne fatto un inventario, esistono delle tabulae, che forse riguardano anche il tesoro sepolto, cui si è richiamato Giulio Telarico nell’imprimere sulla sua pittura il segno di un candelabro, quello ebraico a sette braccia a sua volta sottratto dai romani dal tempio di Salomone a Gerusalemme. Ma è così che il mito s’intreccia al documento, alla storia e che la rivisitazione dell’arte riconduce all’immaginario della leggenda.  In fondo, è tra fantasia e conoscenza che si può riandare (e non solo) ai tempi medievali inaugurati da Alarico e farne una favola dell’arte. E’ già avvenuto, dalla letteratura al cinema sino ad oggi: dalle arti visive al digitale. Di questo ininterrotto tramando di cultura e creazione c’è una scrittura-lettura-visione che ritorna consapevole per gli artisti delle opere qui in mostra.  Come ci fa intendere Giulio De Mitri con il suo libro luminoso in cui, disvelata, si raccoglie al presente l’idea leggendaria trasmessa da tempi lontani. E sullo stesso verso di tramando si stende la “cronistoria” che Carlo Fusca compone con segni che legano e lacerano il racconto perduto e ritrovato di Alarico.

            Riandare con l’arte nelle vicende della storia, rinvenirne i segni e le fattezze smarrite nei tempi è come attivare l’energia operante di un pensiero simbolico, di un forza immaginativa capace di animare e rigenerare quanto sta riposto, quanto si tiene celato dietro il consueto e accattivante fervore dell’attualità. La pittura di Angelo Casciello traversa l’umida boscaglia del Busento per trarne un fiato di vita, uno strascico indelebile della memoria di Alarico. Più scandita e astratta la rievocazione di Caterina Arcuri che dispone della sepoltura una articolata collocazione monumentale. Il pensiero simbolico sottende il gesto di colore del non figurativo, ne sottende l’assetto compositivo come nella pittura di Michele De Luca accompagnata dai versi di una sua apposita poesia. Più carica di emotive sensazioni cromatiche l’idea immaginativa di Gianfranco Notargiacomo il cui spunto si cala in un segno veloce e all’insegna del dio della guerra. Al sito della sepoltura Salvatore Pepe dedica con colori e sabbie una stratificata metafora simbolica tra cielo e acque, mentre più sottile e disincantata è l’evocazione che della sepoltura fornisce il montaggio materico di Vincenzo Trapasso. Alarico ritorna ai nostri occhi sia con il ricalco di una fibula visigota nell’opera di Maurizio Orrico, sia nel gioco divertito della scultura policroma di Carmine Calvanese, oppure con sottile ironia nel fasto somatico di un trittico-ritratto proposto da Albano Morandi. Felice Levini ne rievoca una sorta di inesorabile e inspiegabile ritorno mentre Alfredo Romano fa del ritorno un mitico rituale affidato all’oscurità della notte.

      Come sempre, i fatti e i luoghi del passato appartengono alla narrazione e per tanti aspetti solo l’arte li infutura, o meglio, li fa appartenere all’azione del futuro, li rilancia attraverso il tempo sul terreno immaginifico del fare e ricreare. Così Pino Chimenti riformula la storia di Alarico in una sorta di puzzle-cartiglio che ne srotola la narrazione, Teo De Palma ne celebra con suggestione la memoria nel segno-memento di una corona di alloro e Giuseppe Salvatori ne sigilla con forte astrazione il racconto in un varco di carta bruciata, nel suo alone combusto. L’attualità del racconto-leggenda si cala nel film in DVD di Orazio Garofano coinvolgendo nella rievocazione, la gente, l’aria e gli spazi della città cosentina.

         E’ vero, non diversamente dalla facoltà di dimenticare anche quella di ricordare è un bene costante, è un coltivato prodotto di civiltà. Mi sono limitato a stendere delle rapide indicazioni sulle opere in mostra. Come dico all’inizio di queste note, l’esposizione aspira ad essere una mostra parlante non solo per i suoi propositi rievocativi ma perché ciascuna delle opere nelle sue motivazioni è accompagnata in catalogo da parole dell’artista.

 Luigi Paolo Finizio

vari momenti dell'inaugurazione della mostra