Di quel viavai...d'amore

poesie di

Franco Araniti

introduce

Franco Gordano "Vertigo"

intervengono

Walter Lupi "Università della Calabria"

PierLuigi  Pedretti  "Provincia -Rinascita"

La poesia di Franco Araniti a Vertigo 

 

Dopo l’inizio della stagione espositiva, riprendono, il 7 dicembre alle ore 18.00, all’Associazione d’Arte Contemporanea Vertigo, di via Rivocati, gli incontri con la letteratura e la poesia, che si protrarranno fino alla prossima primavera inoltrata. Si comincia con la presentazione della nuova raccolta di versi di Franco Araniti, “DI QUEL VIAVAI....D’AMORE”, edita da “Città del Sole” di Reggio Calabria. Il corposo volumetto, sul quale s’intratterranno due critici letterari, Walter Lupi dell’Unical e Pierluigi Pedretti della “Provincia” e di “Rinascita”, che propone un centinaio di composizioni, alcune tratte da raccolte già edite, altre del tutto inedite, sembra voler ormai fare il punto, passati da un po’ i cinquanta anni d’età, con oltre un trentennio d’assiduo impegno poetico. La poesia di Franco Araniti, di origini reggine, ma da lunghi anni ormai a Cosenza, dove ha stabilito la sede dei suoi interessi, ha sempre avuto due punti di riferimento abbastanza netti e più evidenti di altri: l’impegno civile, sociale e politico e il sentimento amoroso verso la donna. La sua cifra caratteristica è stata quella di coniugare liberamente e senza tentennamenti i due temi, riuscendo a renderli speculari e complementari l’uno all’altro, perché il pathos ispiratore, a ben vedere, è unico ed è quello d’affrontare con analogo impeto e passione la vita esterna e la vita interna, in quell’anelito di ricerca di sé che non può prescindere dall’altro (dall’altro sesso nello specifico) e dagli altri, soprattutto gli umili, i bisognosi e i diseredati. Non è un atteggiamento cristiano quello del poeta reggino, tuttavia la sua sicura laica tensione non appare del tutto antitetica ad afflati d’ampia religiosità. Tutto ciò accade in maniera efficace in Araniti, grazie alla sua sete di parole, allo stimolo continuo di ricerca linguistica, che lo conduce spesso verso una “con/fusione” di lingue, di dialetti, di idiomi, a manipolarli e plasmarli e ciò, a ben vedere, non solo per il desiderio dell’espressione immaginifica e lirica e il piacere del ritmo, ma per una necessità stilistica connaturata col proprio sentimento sociale e politico di accettazione e coinvolgimento, d’universale condivisione. Così, il verso a volte prosastico, l’invenzione di termini, l’uso sovente del dialetto (quello della sua terra di Gallico in prevalenza, non solo per intere poesie, ma frammezzato anche in composizioni in lingua) e addirittura di gerghi perduti (come l’ammâšcânte dei calderai di Dipignano in “’U cunta cu campa”) innervano senza forzature la sua ispirazione, ne corroborano l’espressione e forniscono linfa alle sue strutture letterarie e liriche.

Detto ciò, tuttavia, proprio l’ultima raccolta, se conferma tutti i precedenti temi, offre, così almeno ci pare, una chiave di lettura meno evidente e più profondamente avvertita. Partendo dallo struggente poemetto iniziale “Embrione”, attraverso i toccanti ricordi d’un padre fortemente amato in tutta la sua umiltà e la sua fierezza (“Paura?”), fino alle ultime composizioni occasionate da una felice stagione amorosa (e su questo tema Araniti aveva già dato ammaliante prova con “Erosie”), il filo ininterrotto di tutta la sua poetica ora ci appare con chiarezza essere la malinconia. Non una malinconia, si badi bene, decadente o nostalgico rifugio, bensì la Malinconia cosciente e, ci verrebbe da dire, virile di un’Assenza. Attraverso l’assenza della propria terra amata e necessariamente lasciata, dei suoi paesaggi aspri (altro motivo tipico e a volte epico del nostro), dei propri familiari lontani (la madre in particolare, ma il poeta riesce a includere con misura tutta la propria stirpe), l’assenza devastante d’un figlio desiderato e non avuto (“Embrione”), la presenza-assenza dell’amore femminile (appunto, “DI QUEL VIAVAI...D’AMORE”), l’assenza di giustizia e uguaglianza, l’assenza di pace, Araniti, che pur godendo della confortante ed esaltante presenza d’amore (come nell’ultima raccolta “D’amor, maturo”) se ne prefigura già la mancanza, che prima o poi subentrerà, forse ci parla, d’una assenza più grande che è dei nostri anni, quella di un senso più vero, più alto dell’esistenza e quindi d’un baratro cosmico che ha attanagliato tutto il Novecento e si protrae ancora e che, alla fine, sembra potersi riempire solo della parola morte, così atrocemente connaturata a quel secolo, ripetuta e vissuta, nella raccolta, infinite volte.

Franco Gordano 

 

Presentazione del libro di Franco Araniti edito da "città del sole"  Reggio Calabria