Le stanze del cielo

 

 

P a o l o  R u f f i l l i

 

lunedì 28 aprile 2008

Le stanze del cielo edito da Marsilio Editore

con l' autore anche i poeti cosentini

 

 Franco Dionesalvi

e

Franco Gordano

 

 

“Le stanze del cielo” di Paolo Ruffilli

  Subito, fin dal titolo, Le stanze del cielo, una sorta di immaginifico potente ossimoro, Paolo Ruffilli sembra volerci introdurre alla comprensione della sua ultima opera in versi, divisa in due parti, “Le stanze del cielo”, appunto, e “La sete, il desiderio”, composte rispettivamente di quarantotto e dodici poesie. Il libro, infatti, ci pare ruotare tra una finitezza, e cioè una situazione di costrizione, le metaforiche stanze, e un infinito, cioè l’anelito per una libertà persa, difficilmente recuperabile e ossessivamente rimpianta, il cielo, l’orizzonte più vasto che esista. Una costrizione inflitta dalla società nel primo caso, autoinflitta nel secondo. Ruffilli ci parla infatti, con voce asciutta, essenziale, quasi distaccata, ma comunque partecipe e coinvolgente, di due universi “concentrazionari”, come scrive nell’introduzione Angelo Guglielmi, uno esteriore e uno interiore, quello dei carcerati e quello dei tossicodipendenti, destinati qualche volta a incontrarsi, come nella poesia della prima raccolta “Una via più rapida”, dove per il detenuto la soluzione più rapida al proprio dolore appare essere proprio la droga: È la necessità/che nasce dal disagio,/la voglia di vedere/se c’è una via/più rapida/per non vedere,/per non pensare/al tuo dolore/e conquistare il mondo/che intanto/ti scappa dalle mani/e poi crollare/nel disastro anche peggiore/nel buio che ti allaga/con il suo colore/e ti cancella dentro/la tua parte migliore. Due mondi di sofferenti, di emarginati, di reclusi del corpo e dell’anima, come già nella sua precedente apprezzata prova “La gioia e il lutto-Passione e morte per aids”. L’autore crea così, in definitiva, un trittico sul dolore, la malattia, l’emarginazione e il male tout-court e su di essi c’induce a riflettere, quasi a ripiegarci, con meno ovvie considerazioni, alla ricerca di meno scontati rimedi (vedi i versi di Tutto il possibile: “Si fa il possibile/per questa gente”/ti dicono di noi,/“per farla stare meglio:/da bere e da mangiare/più che sufficiente,/e sonno quanto basta,/le loro messe, i libri,/ore di svago e di riposo.”/Ma è un altro, il nostro,/differente stato/inerte e doloroso.). Ma mentre in quella raccolta prevale una sorta di indistinta preghiera collettiva, un recitativo dall’effetto corale, potremmo dire bachiano, sulla morte ormai imminente, in “Le stanze del cielo”, ci troviamo di fronte a due diverse voci recitanti più dimesse più raccolte - dietro le quali appare la presenza attenta ma non assorbita, oggettiva ma non indifferente dell’autore - ma non meno vigorose nella constatazione del male e del patimento ancora ben vivi e laceranti. Voce interrogativa e spaesata nella prima parte, emblema d’ogni detenzione, che ricorda un illustre precedente, la “Ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde, del quale ci sembra di vedere le “alte mura” (che in Ruffilli diventano “altissime”, ostacolo insormontabile non solo per il corpo, ma anche e soprattutto per l’anima), ci pare di udire il reiterato verso “Fissare un pezzetto di azzurro/ - In prigione si chiama cielo” - ( ad esempio la poesia Autonomia: Si sa che voi/venite a scaricare/tutti qua dentro/i detriti dell’umanità./Ma crescono qui piante/che voi di fuori/non conoscete ancora,/accadono cose/che occorre collocare/in un mondo intermedio/distante chilometri/dal vostro./È tutto così vasto qui/E nello stesso tempo/Così angusto,/così potente/eppure così vuoto…/Ci dite: “Avete/i giusti orari,/vitto abbondante,/state al riparo./Che cosa vi manca?/Proprio un bel niente.”/In piena autonomia:/è uno infatti che/sa distruggersi da sé,/l’io delinquente.).

Voce straniata e vinta nella seconda, emblema a sua volta d’ogni fuga da se stesso, come appunto nella poesia Fuga: Ma non perché/incompreso/e non amato,/debole forse/non vittima però,/estraneo a tutto/e di sicuro fuggitivo,/uno che sente/l’ebbrezza di scappare/verso il vuoto,/tra le braccia/del suo niente./Per vivere da solo,/per vivere di lei/lasciando dietro a sé/il deserto,/ l’anima in cambio/ della sua luce/intermittente/in campo aperto./Pallido evanescente/come uno spettro,/il buio negli occhi/e il suono del silenzio/dentro la mente. Un “cantico dei drogati”, di più sommessa musicalità, oseremmo dire antilirica, ma anche di più ampie sfaccettature. Perché la caratteristica della poesia di Ruffilli, non solo in quest’ultima opera, evidentemente, è proprio una sorta di scarnificazione della parola, un verso breve, non ricercato, spesso di un solo termine, di poche sillabe, come sagomato, segmentato, l’uso ricorrente dell’enjambement, una sorta di teoria di parole, dove l’una tira l’altra come le maglie di una catena, in un procedere regolare e mai sopra le righe, anzi in una stesura quasi discorsiva, ma non per questo poeticamente inefficace, anzi, proprio per questo, liricamente avvolgente e vitale in uno slancio immaginativo che non perde mai il ritmo d’una musica più profonda, più personale e dà un senso del tutto singolare e più penetrante, e nello stesso tempo più alto, ai suoi versi. Il pathos di Ruffilli, insomma - ben ancorato, come dire, alla terra (mai però violento, mai eccessivo, come pure la materia trattata potrebbe legittimare), ma sempre proteso oltre le apparenze, verso la radice più intima dell’essere - come un grande occhio che osserva e registra cosa accade nel profondo della sofferenza - si risolve, oltre che nella concezione d’una poesia immediata, senza orpelli e quasi smitizzata, nella partecipazione sociale e soprattutto etica che pervade la sua produzione. Egli ha la capacità di portarci nella mente dei diseredati, di renderci chiaro cosa vi si agita, di porci in una prospettiva affatto diversa da quelle usuali, di farci incisivamente avvertire quello che c’è oltre la facile apparenza, di farci cogliere le spoglie d’una realtà ormai nuda. Per tutte, la bellissima composizione che apre la seconda parte, Vita tagliata: Non fu curiosità/e non fu noia/la cosa che mi spinse/e mi ha smarrito…/fu anzi la coscienza/minuziosa/di me e del mondo/a muovere e guidare i passi ignoti/del mio precipitare./Il mondo ed io,/corrispondenze esatte:/pietra senza labbro/e labbra senza verbo,/per quanto inseguo/e cerco./Più che fuggire/Gli sono andato/Incontro,/ma niente ho mai/subito o abbandonato./Ho sempre scelto,/e ho attaccato,/per ultimo me stesso…/né rinunciato affatto./Ho scelto e amato,/sbagliando, sì,/e avendola aggredita/ho guardato in faccia,/tagliata, la mia vita. Un vero manifesto della lucida ineluttabilità della “caduta”, dietro il quale ci riecheggia nella mente ancora un refrain wildeano: “Eppure ognuno uccide la cosa che ama”. E tutto ciò non in un’ottica necessariamente da credente, cristiana, quale forse l’autore è, e neanche in quella d’una più laica palingenesi storica, bensì in quella d’una minuziosa coscienza del male che parla di se stesso e del suo patire,  d’una sovrana universalità che non può distogliere lo sguardo o essere indifferente alla realtà di esso, un male in ultima analisi cosmico, che pervade ogni giorno e in mille forme la nostra insoluta e imperfetta esistenza. Ma anche una riflessione, e forse una speranza, sull’incancellabile impronta umana che nessuna comminata afflizione può sopprimere come ne Il patto: Non è questione, no,/di corruzione/e di sfacelo,/la malattia di un’epoca/o il cancro di una società./È sempre stato e sempre/forse, lo sarà:/il triste male del mondo,/la dura vita da affrontare./Ma che significa punire?/È un patto: si arriva/a giudicare il fatto,/non la persona./E una sola azione/non corrisponde all’uomo,/non può rappresentarlo/né tanto meno cancellarlo.).

                                Franco Gordano