Cechov La rugiada sull'erba

 

Un’insonnia degna di rispetto

Esistono svariati modi di ricordare un anniversario. Il modo più ricorrente è quello celebrativo, spesso enfatico, proprio (quasi sempre) delle Istituzioni pubbliche; un modo più dimesso, ispirato da lunga frequentazione, da complicità quasi, ha invece caratterizzato il progetto “La rugiada sull’erba”, ricordo čechoviano nel centenario della morte (di cui la fascinosa mostra “L’Arte dei ciliegi” e la proiezione d’un video d’arte, sono l’omaggio finale, dopo circa cinque mesi di intensa lettura di racconti e di un monologo teatrale). Un ricordo che ha voluto evidenziare con convinzione non solo la grandezza della scrittura di Antòn Čechov, ma anche l’esemplarità di uno stile, di una concezione di vita.

Se infatti lo scrittore russo rifiutò sempre ogni irrigidimento nominalistico o ideologico (“ho paura di chi tra le righe cerca una tendenza e mi vuole immancabilmente liberale o conservatore. Io non sono né liberale, né conservatore, né gradualista , né monaco, né indifferentista…..Considero un pregiudizio il marchio e l’etichetta”, scrisse nel 1888 ad A. N. Pleščeev), tuttavia egli ebbe una netta concezione del mondo, limpida ed evidente in tutta la sua opera. Una rigorosa visione etica dà sbocco, infatti, alla sua lucida, amara, dolente, ma non disperata, visione delle cose, della realtà, della quale farsi partecipe fino in fondo per una non sterile speranza di mutamento, che non ha mai carattere profetico o predicatorio, né si nutre d’un afflato rivoluzionario, ma diventa una superiore visione della condizione umana, una ricerca della verità e un amore per essa, che conferiscono alla sua opera la modernità e l’universalità delle creazioni che vanno oltre la epoca e il proprio tempo.

Čechov, alla fine, attorno alla smisurata mole dei suoi racconti  - ma anche  col suo teatro, naturalmente,  che sovvertì radicalmente le regole e le convenzioni tradizionali-, ha creato un quadro vivido e sconvolgente di un’intera epoca storica, anticipando (certo senza una chiara coscienza sociale o di classe) le ansie  di cambiamento, che radicalmente si manifesteranno di lì a qualche anno, e nello stesso tempo indagando alla radice quella condizione, quella solitudine, quel dramma delle relazioni umane, che sarebbero stati poi l’humus e il motivo dominante della ricerca di tutta la grande arte del Novecento.

Scrittore dell’accadimento minimo e spesso del non-accadimento, come qualcuno ha scritto, e nello stesso tempo delle mille sfaccettature di una realtà non facilmente riconducibile ad unità, egli divenne quasi cantore dell’uomo quotidiano, di quella media umanità, che sovvertì decisamente la gerarchia delle tematiche, contrapponendosi alle forme ormai classiche dei suoi predecessori, (“Čechov come artista - scrisse già Tolstoj, con felice intuizione -, non si può paragonare  con i precedenti scrittori russi, con Turgenev, Dostoevskij e con me- Čechov ha una sua propria forma, come gli impressionisti. Si guarda, l’artista spalma i colori come se non facesse neppure una scelta così come gli capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun rapporto tra loro. Ma ci si allontana un po’, si riguarda e nel complesso si riceve un’impressione straordinaria. Davanti a noi è un quadro chiaro, indiscutibile”). Testimone delle sofferenze degli umili, della piccola gente (celebre il viaggio a Sachalin, isola-penitenziario - nonostante la sua salute già malferma per la tubercolosi che lo condurrà alla morte a quarantaquattro anni, dopo una vita semplice e senza grandi avvenimenti -, e poi l’attività di medico, la direzione dell’ospedale di Zvenigorod, la lotta al colera), ma spesso anche delle meschinità di vite mediocri, di speranze svanite, di incontri senza futuro, di consuntivi poco edificanti, sempre straordinariamente nuovo nelle sue invenzioni e nella creazione d’infiniti personaggi (tantissimi memorabili), Čechov fu tenace assertore d’uno stile essenziale, laconico quasi (“la brevità è sorella del genio”, affermava), ma fortemente espressivo. Portatore dell’inquietudine e del tormento interiore di chi vede la drammatica realtà delle cose e si interroga su come incidervi in positivo, lasciando uno spiraglio possibile (significativo, dopo le atmosfere più cupe di Il monaco nero e La corsia n.6 – per citare due dei racconti letti durante la rassegna - l’ultimo suo racconto, pur esso letto, “La fidanzata”), di quell’”insonnia degna di rispetto” dell’infelice ereditiera di Un caso della pratica medica, egli, indagando forse tutti gli anfratti più riposti dell’animo umano, ha aperto decisamente alla letteratura russa la strada verso l’epoca nuova e ha proiettato il suo influsso (insieme a Maupassant, ma quest’ultimo in maniera diversa e, per quanto ci riguarda, meno determinante e incisiva)  su molta parte della letteratura del Novecento, in particolare nella forma breve, caratteristica della narrativa del secolo XX. Basti pensare a I. Babel, allo stesso Kafka, a Hemingway, a  J. Cheever, fino al più vicino a noi  Raymond Carver, statunitense, che fece costante riferimento a Čechov, fino a ispirarsi, per  l’ultimo racconto che scrisse L’incarico, alle ultime ore di vita dello scrittore russo. Un ponte tra due sponde: tra due storie, due società, due epoche, due mondi diversi, che l’inserimento nella rassegna del racconto di Carver ha voluto proporre e sottolineare.

Di codesta grandezza di Čechov e, attraverso lui, della forma racconto, si accorse a un certo punto anche Thomas Mann, uno scrittore con diversi orizzonti narrativi, il quale, nell’ampio e in qualche modo risarcitorio saggio che gli dedicò dopo la morte, scrisse, tra l’altro, riferendosi appunto al racconto breve: ”Io provavo verso questa forma un certo disprezzo, senza rendermi ben conto di quale intima misura, per virtù del genio, acquistino componimenti anche brevi e concisi, e in quale grado di concentrazione (cosa forse più mirabile ancora) possano essi contenere l’intera pienezza della vita, sollevandosi così al livello epico e arrivando perfino a superare per intensità artistica l’opera grandiosa, gigantesca, che inevitabilmente a volte si infiacchisce,scadendo in una venerabile noia. Se io sono arrivato a comprendere meglio questa forma in un periodo più tardo della mia vita, lo debbo soprattutto al mio interesse per l’arte narrativa di Čechov, che può stare alla pari con quanto vi è di più forte e di più alto nella letteratura europea.”  

                                                                                               Franco Gordano