Alfredo Romano

 

27 maggio al 27 giugno 2003

Feritoie e Rammendi

NEL DRAMMA DELLO SPAZIO

Uno dei  compiti principali della critica è, entrando nell'intimo degli artisti, scoprire la segreta scissione, la contraddizione latente che si cerca di guarire attraverso l'opera. Nel caso di Alfredo Romano sotto squisita patina di una ritualità calda e antica, mediterranea, c'è un contrasto, si sarebbe detto nel seicento, di tipo scientifico: si cerca la segreta legge che regola i rapporti tra genere e individuo, tra singolo e specie. Solo così si spiega il flagrante contrasto tra la ripetizione di sedie e madonne (la scelta dell'oggetto è importante, ma per altri versi) e il desiderio di affermare un'unicità soggettiva, contrassegnata per mezzo di questi bizzarri accostamenti (altrove pinze e feltri, lino e ceramica). Aldilà degli esplosivi risultati ottenuti, di barocco e voluttuoso coinvolgimento visivo, bisogna riconoscere che il percorso compiuto non poteva essere più lungo e tortuoso. Partendo da opere di tipo materico, si giunge ad un'occupazione dello spazio che ne fa un'entità concreta: scansare queste pinze, attardarsi in questi boschetti di madonne, significa percepire in modo concreto che l'ingombro di uno spazio è un'azione drammatica che, per di più, coinvolge la sostanza più intima, perché soggettiva ed autobiografica, dell'artista. Attraverso l'installazione di queste famiglie di oggetti Alfredo Romano firma e ferma, con la sua vita, l'hic et nunc di un luogo, ne fa uno spazio architettonicamente inedito, rendendolo unico per l'eternità: a metà tra tana e sacrario.

Paolo Aita

 

Salvatore Anelli, Paolo Aita e  Alfredo Romano in occasione della presentazione della mostra

nella galleria Vertigo di Cosenza

 

 

 

inaugurazione

opere esposte