Elvio Chiricozzi

 

   

 2 ottobre - 2 novembre 2004

 

Un po’ di febbre

 

Età d’uomo, figure d’uomo, altezze d’uomo. Se queste figure vengono da un riferimento al vero, alla storia, in quale cantiere della vita si sono svolti questi fatti, mi chiedo. Quale la loro età, quel tempo speciale che misuriamo col metro della vita. Le persone che abitano là, nel quadro, continuano a parlare di noi, e noi di loro –con un’esistenza parallela che è il destino di tutta la pittura, da sempre evocativa. Ma cosa stiano facendo queste figure non possiamo chiederlo a loro, ci direbbero la verità, ma sappiamo che non ci risponderebbero mai.

Potrebbero essere delle istantanee.

Dopo tante figure senza tempo, comincia la storia dei fatti, delle piccole degradazioni quotidiane, delle piccole lezioni di morte. Ogni attimo è un aneddoto e ogni attimo è profondo come un abisso, poiché dietro c’è un abisso di tempo raggrumato per quella che chiamiamo vita. Sapere tutto questo, imparare che un giorno dovremo smettere di pensarci eterni, incorruttibili, ci rende tristi e stanchi di fronte queste figure che nell’attimo trovano l’imperituro, perfetti condensati di vita. Vicende eroiche svolte nello spazio di un cortile: l’esperienza è il tempo che diventa vita.

Immaginare, fare immagini, è dipingere una mancanza. Non sapremo mai la verità di queste figure, non sapremo cosa ne è stato di loro. Ogni lezione di umanità in fondo è incomprensibile, anche per chi la subisce.

In fondo ogni bellezza ci lascia più soli. Forse moriremo senza aver imparato, ma con gli occhi pieni di figure.

Paolo Aita

 

 

opere in mostra a Vertigo

 

 

 

 

Installazione delle opere e inaugurazione mostra

La galleria

 

 

 

La mostra cosentina di Elvio Chiricozzi presenta le nuove opere dell’artista e, come un ideale centro dell’esposizione, una grande figura appartenente idealmente alla precedente ricerca dell’artista. Il nuovo corso dell’artista invece verte sul tema dell’infanzia. Per realizzare queste opere vengono privilegiate le tecniche a secco, invece del personalissimo mix di tempere, più frequentato nei periodi precedenti.

Le figure che si libravano in un ambiente ridotto ai suoi dati essenziali di luce e colore, acquistano una maggiore consistenza umana. Si può dire che ci sia un passaggio da una forma di idealismo, da un bello che a fatica continuava il dialogo con la magnificenza delle figure classiche, a una maggiore contestualizzazione e storicizzazione delle figure. Una maggiore quantità di dati personali, una presenza maggiore di circostanze e accessori, atti a rivelare aspetti concreti di vissuto, occupano lo spazio del quadro.

Per queste opere, al contrario delle precedenti che declinavano un in temporale concetto di bellezza, il tema prescelto è quello dell’infanzia, metafora dell’affiorare dei turbamenti, di natura sociale e sessuale, nella vita di ognuno. Queste figure ci raccontano dei primi sommovimenti dell’inconscio, delle prime incursioni deluse nel mondo degli adulti, delle prime domande esistenziali. L’atteggiamento di questi eroi-bambini è un misto di sorpresa e compiacimento, di sapere puro, non vincolato dalle convenzioni della vita adulta, e diabolica e compiaciuta rivincita per le libertà possibili solo nella prima età. Infatti per connotare maggiormente l’argomento, è stato scelto come titolo uno dei libri di Sandro Penna, massimo cantore di questo periodo dell’esistenza.

L’ambientazione di queste figure in genere è tra le pareti della casa borghese, in cui lo sfarzo del salotto viene utilizzato per stridore e aperto contrasto con la ferinità delle prime scoperte psicologiche. Nel nostro caso, invece, si recupera una minima, desolata, dimensione urbana, suggerita da tralicci e panchine, in cui questi personaggi sembrano complottare, in ogni caso vivere un’esistenza autonoma, contro la vita dei grandi. Infatti le forme più aperte di ribellione e contestazione non si basano su rivincite più o meno attinenti al sociale, ma su un contrasto che si articola nella differenza di età: i giovani contro i vecchi.

Ma una mostra così concepita sarebbe solo un approfondimento di temi già trattati da tanta altra pittura. A rendere nuove queste opere è la febbrile attenzione all’installazione e all’occupazione degli spazi architettonici. Il minimalismo di segni e di colori rimanda alle esperienze più cold dell’arte contemporanea, con un riferimento alle ricerche sulla percezione delle texture tradotta immediatamente in grafica del segno a matita. Dal punto di vista sintattico la mostra è organizzata come una serie di narrazioni che nell’insieme compongano un racconto frammentato. Nel puzzle delle varie situazioni, la composizione recupera la lezione di tanta pittura contemporanea, che nella reticenza trova il modo di approfondire la conoscenza di noi stessi. La frammentazione dei particolari non è mediata e, a creare il trait-d’union delle varie situazioni, è sempre chiamato lo spettatore.

In sintesi si tratta di una mostra che riesce con successo a sposare il rigore degli assunti linguistici contemporanei con lo studio di una stagione umana tra le più controverse ed affascinanti.  

Paolo Aita