Marilena  Vita

 

Primavere Improvvise

 dal 19 al 30 novembre 2005

Opere, video e una video-installazione

 

Il video, come mezzo di espressione artistica, sembra sedurre in modo particolare l’espressività dei giovani. A questo richiamo non si sottrae la giovane artista siracusana che presenta nella nostra città le produzioni più recenti. Dopo un uso pionieristico negli anni ’60, in cui venivano studiate soprattutto le componenti linguistiche di questo nuovo media, attualmente le nuove generazioni si soffermano soprattutto sulle sue possibilità psicologiche, con una grande partecipazione emotiva. Si tratta di ritagli di un’esistenza che aspira, nella genericità del contesto, a toccare temi universali. Gli argomenti affrontati riguardano essenzialmente la condizione del vivere, esplorata con sicuro gusto estetico e attenzione ai valori umani fondamentali.

Le opere a parete segmentano questa narrazione e selezionano fotogrammi di particolare suggestione visiva, proponendosi come un fermo-immagine meditato

e approfondito attraverso la manipolazione grafica. 

 

opere e immagini video in mostra a vertigo

 

 

Occupazione abituale delle signorine di buona famiglia di un tempo, non proprio remoto, era tenere un diario quotidiano e accurato. Oggi una simile abitudine farebbe ridere. Ma considerando i patemi novecentisti che imbevono le rubriche dei giornali, la necessità di fare il punto sulla propria condizione appare sempiterna e necessaria, sebbene con i dovuti aggiornamenti. La tecnologia oggi ci fa riprendere e ricordare noi stessi attraverso il video. Non è un cambio di piccola entità. L’immagine è molto più diretta della parola. La narrazione in ogni caso è duratura, e deve essere costruita. Con maggiore fatica.

Non si sottraggono a queste tematiche, quasi vincoli ormai, i video di Marilena Vita. Si ha l’impressione che l’urgenza del dire faccia addirittura precipitare la narrazione, generando una specie di aneddotica, di universalizzata argomentazione della narrazione, che è la nuova modernità. La nostra artista vuole conoscersi attraverso la visione. Ogni approfondimento visuale è un passo all’interno di un sé sfuggente per definizione. Finiti i tempi in cui, attraverso la neutralità della linguistica, si versava il tabù dell’indicibilità sulla quotidianità. O sul dolore. Del vivere. Le nuove generazioni se ne infischiano della scientificità strutturalista e vogliono parlare di sé, confrontarsi, crescere, con un abbandono e un rifiuto dei maitre, da noi adorati e compulsati, che ci fa sentire tardi e bizantini.

Questa necessità di narrare ci sorprende deliziosamente, come un vecchio adagio dimenticato, che per lungo tempo ha accompagnato le nostre vite, e ora sentiamo cantato da altri. Raccontarsi di nuovo, parlarne ancora. Con un desiderio di tirare fuori tutto, senza il pudore del sentirsi unici. E la bellezza che proviene da queste immagini la sentiamo corale. Come un’estetica. Da troppo tempo disattesa. Sempre vitale.

Paolo Aita