Salvatore Anelli - Franco Flaccavento -Tarcisio Pingitore

 

opere in mostra a Vertigoarte - Centro Internazionale per la Cultura e le Arti visive in Calabria

 

Vertigoarte - Centro Internazionale per la Cultura e le Arti visive in Calabria

Via Rivocati 63, 87100 Cosenza; vertigoarte@libero.it www.vertigoarte.org

NOT'ART GALLERIA Piazza San Giuseppe 31, 96100 Siracusa  www.notart.it  

                            

Centro di documentazione della ricerca artistica contemporanea Luigi Di Sarro   Via Paolo Emilio 28 - 00192 Roma - www.centroluigidisarro.it

 

 

opere esposte  presso la Galleria N'otart di Siracusa

a sinistra Salvatore Anelli, al centro Franco Flaccavento e a destra Tarcisio Pingitore

 

 

PASSI DIVINI 

 

In fondo al sentiero pigmentato da frammentate emozioni, giacciono additati dalla morte, un teschio disegnato da versi smembrati, un ammasso di euristiche e rinsecchite viscere e uno sfibrato e pallido lenzuolo. Nella notte del giorno, nell’alba invasa dalla nebbia, le mani tese del visitatore sfiorano le pareti per raggiungere i fossilizzati riferimenti. Sul consolidato silenzio, modellate forme remano nella dantesca storia dell’arte. L’assenza completa di colori in Salvatore Anelli ricorda subito la Pyramide de crânes dipinta tra il 1898 e il 1900 di Paul Cézanne o il Teschio imbevuto di guerra modulato da Picasso nel 1943. L’attesa magmatica rigorosa di Franco Flaccavento assorbe il muschio di Wols (Wolfang Schulze) dipinto in Le bateau ivre del 1945 e in Pittura nel 1949. Cadenzato nei volumi, il tessuto di Tarcisio Pingitore celebra il Compianto su Cristo morto affrescato da Giotto a Padova nella cappella degli Scrovegni.

 INFERNO

La volontà di ricominciare tutto da capo, dalla morte degli altri, inonda l’intima tragedia dell’esistenza pittorica. Le lacerazioni di forme erranti colmano di mistero e di apprensione l’interlocutore. Un “mi spingeva là dove tace il sole” del primo Canto nell’Inferno di Alighieri Dante porge subito l’installazione di Anelli oltre il sistema della luce, in un pensiero mistico che scavalca radicalmente il culto del sole come traguardo. Nella Sacra Bibbia, la luce è subito concessa agli uomini: - Disse Dio: “Si faccia la luce”. E la luce fu. “Vide Dio che la luce era buona, e la divise dalle tenebre. E chiamò giorno la luce, e notte le tenebre. E tra sera e mattina si compì un giorno”. – Alighieri, nato nel 1265, in pieno trecento, e Salvatore non hanno dubbi: l’unico vero traguardo oltre la luce è la morte. Ma, dove riposa la morte? Nell’Inferno? Nel recente Purgatorio? Nel Paradiso? Prima del teschio, luogo dell’anima, c’era la testa, la mente. La punta del corpo rivestita di catrame simboleggia la manifestazione dello spirito che l’artista tenta di fare risorgere. L’essenza dell’installazione trattiene l’ultimo e terribile viaggio e incoraggia la sperata spiritualità dei defunti a risuscitare tramite l’incoronamento di un teschio centrale protetto da un benefico oro. La mutilazione esercitata è meno drammatica del deterioramento dipinto da Cézanne. Staccati dallo scheletro, i teschi di Anelli esposti nella bolgia, possiedono ancora la mascella; forse possono masticare, forse possono parlare, forse possono scappare e ritornare con l’ultimo dantesco verso dell’inferno: “fuori di fronte alle stelle”.  

PURGATORIO 

Nato sotto una densa e grigia nuvola di pietra, il muschio della vita genera la terra. Umide e pallide sagome di busti umani visitano il sorgere della natura per purificarsi. La materia incastrata nelle pieghe del pentimento, salva in extremis equilibristi e trecenteschi corteggiatori di anime. Squarciate da scure forbici, decorate memorie ricamate salgono sulla superficie della tela infuocata. Si onora il culto del fuoco, la passione, verso il Paradiso e contemporaneamente il culto delle ceneri accumulate nell’Inferno. Viaggiata nei fondali del metallico mare, il colore del quadro, la casa-conchiglia detta capasanta recuperata da dantesche simbologie, accelera la forza del dipinto. La conchiglia, anche se svuotata dalla vita, rievoca la concezione cristiana della nascita dell’anima con l’acqua battesimale. L’intimo essere della creazione scivola nelle nuance acquerellate sulla carta. Diviso da un nudo corpo teso come l’arco delle esitazioni e delle meditazioni, un ritratto, cresciuto e salvato dal muschio, oscilla tra il futuro scuro e tetro dell’inferno dove l’occhio aperto prevale per subire lucidamente tremende punizioni e la luce benefica che autorizza finalmente il dolce calare delle palpebre. Sopra, l’odore del fuoco colora il cervello dove fu versata l’acqua santa. Wols nell’acquarello Pittura, rovescia sulla carta semi e ibride formazioni nate dal mondo oscurato dal dolore. In Le bateau ivre, un laghetto colorato trasporta l’omaggio a Rimbaud martire. Sono tempestosi dubbi bilanciati nelle ferite dei lembi di cartoni pressati e incollati, pronti ad accompagnare il finale del Purgatorio: “salire fino alle stelle”.    

PARADISO 

Inchiodati su arbitrarie nuvole, quieti veli, tesi come ingessati mimi muti, scavalcano irreversibili destini. Il verso conclusivo del Paradiso: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” abbraccia l’indagine nevicata di Tarcisio Pingitore. La sublimazione melanconica del raggiunto amore plasma il sacro lenzuolo in un linguaggio fatto di bianche fiamme penetranti come lingue. Con il matematico studio della ritmica delle forme, si percepisce la perfezione, la raggiunta dimora del divino. Il rumoroso e agitato letto della disperazione è scomparso, la profonda e centrifugata struttura delle pieghe lascia adesso lo spazio alla passione. Si prosegue tra le rime dell’amore per un eterno viaggio verso il sole e il movimento circolare dei pianeti. Nel tragitto, la pressione dei contenuti chiarisce l’impegno di Pingitore.  Appeso, il drappo vaga oltre la luce senza ingiallire con il tempo. L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso non sono un’opera d’arte. Tocca dipingere l’invisibile. L’approccio poetico provocato dall’incessante movimento, porge e suggerisce una stratificazione di assiomi derivati dalla concentrazione di tutte le azioni commesse durante la vita.  Tutto è materia d’immagine oltre vizi e virtù, nel pieno delle evaporate anime. Da abbagliante luce della morte, Pingitore veglia con intimo pudore il sacro silenzio. È l’azione affrescata a Padova nella cappella degli Scrovegni dall’inventore della nostra concezione pittorica, Giotto. Superato il Compianto su Cristo morto che raffigura l’espiazione per i peccati commessi sulla terra, si abbandona quest’umanità gremita di urla, strangolata tra chiaro e scuro, luci e ombre.

Ghislain Mayaud

 

 

TRIALOGO

Se non proprio contravvenendo, di certo depistando dai sacrosanti e gelosi percorsi individuali del fare arte, le opere in mostra di Salvatore Anelli, Franco Flaccavento e Tarcisio Pingitore ci invitano ad una insolita interazione di messaggi e letture. Un trialogo appunto tra opere e materiali espressivi, tra fantasie e suggestioni immaginative, insomma, tra distinte vicende creative.

Non è la solita collettiva di tre artisti messi insieme con le loro opere, ma, senza preventivi propositi, si aspira a qualcosa di diverso e di più. Li accomuna l’esistenza meridionale, il territorio cosentino e un solidale spirito culturale di arte e vita condiviso e sostenuto con l’istituto ‘Vertigo Arte’ che promuove e ospita questa loro esposizione.

Trialogo, perciò, fra le opere in mostra per ‘dirsi’ e ‘dire’ da artisti. C’è un discorso tra di loro e fuori di loro che da tempo ne dispone un affine tenore d’immagine, una involontaria e coincidente convergenza di pratiche espressive orientate all’impiego di materiali, al rispettivo potenziale di significati legati a oggetti, reperti o quant’altro che non sia nei tradizionali strumenti del fare pittura o scultura. A dirla con il filosofo Bachelard, c’è un senso incosciente nei materiali che da tempo gli artisti hanno condotto alla luce consapevole del significare.

Oggetti insensati, oggetti eloquenti solo nei consumi o silenti di senso per uso abitudinario, materiali sordi e impenetrabili, materiali godibili e inquietanti sono diventati, sappiamo, uno sconfinato universo parlante – a volte per ruoli autoespressivi, a volte perché investiti dall’iniziativa di senso dell’artista – che da buona parte dell’arte del secolo scorso si è esteso agli anni correnti del nuovo secolo. Ciascuno a suo modo, ciascuno con un proprio vissuto, Anelli, Flaccavento e Pingitore, con le opere qui in mostra, con il loro distinto e corporeo assetto d’immagine, ne proseguono e rigenerano il senso creativo. Come è capitato ad altri artisti, anche la loro vicenda sta a cavallo di due secoli. A seguire i loro curricula chi prima chi dopo avvia la propria avventura espressiva negli anni Settanta. Anche questo è un dato del loro trialogo, del loro comune e distinto procedere dalle spire dure di quegli anni tendenzialmente extrapittorici, ma, di fatto, verso un arte concettuale che nei materiali rimandava spiccatamente a se stessa.

Anelli al suo materiale d’immagine ha dato un verso scenico, con il respiro raccolto di un monologo teatrale, quello emblematico del teschio: l’ultimativa radice fisiognomica dell’umano. Ora abbuiato e plastico nella sua smunta e forata rotondità, nei suoi occultamenti e trasposizioni su carte e supporti vari, ora ammantato di colori, di oro e scritture rende l’icona del convenzionale memento, ma più che funero si mostra carico di loquela, di un dire alla vita con poesia e ironia.

Per Flaccavento l’extrapittorico, il materico, passa attraverso la pittura, dentro gli estremi di tavolozza con le pieghe di luce e sedimenti, di strati trasparenti e affioramenti di scritture e immagini. L’approdo recente è il cartone pressato. Sembra dare corpo, alle misture lattiginose dei lavori precedenti. Il gioco di memoria, prima latente e visibile nello sfaldarsi perlaceo e monocromatico delle scabre e liminali pitture, si rende ora evidente e tattile al gioco docile e plastico del materiale.

Nella sua storia, Pingitore da tempo ha fatto una scelta di investitura espressiva su oggetti e materiali. La pittura fa da contorno, da amalgama agli assetti compositivi, specie da quando è il lenzuolo ad essere protagonista d’immagine. Una scelta carica di significati per come la vista di un lenzuolo, di un suo brandello, di sue terse o ombrate pieghettature li può abbondantemente sollecitare in tutti noi. Significati, si può dire, appartenenti all’intimità del nostro io, ad abitudini di vita domestica, a onirismi collettivi e che l’artista sollecita con vena evocativa e, a volte, anche narrativa.

Da più parti ci dicono che nel pianeta molti materiali di base all’esistenza vanno depauperandosi e non saranno rinnovabili: è un allerta per la nostra vita. In arte, invece, non c’è materiale che non sia creativamente rigenerabile, ed è certo un segno di speranza.

Luigi Paolo Finizio

Settembre 2014